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Massimi rappresentanti del “comedy-rap”, i Fat Boys sono stati tra i più amati rappers della parte centrale degli anni ottanta, dando vita ad alcuni episodi davvero indimenticabili. Darren Robinson (detto “The Human Beat Box”), Damon Wimbley (“Kool Rock-ski”) e Mark Morales (“Prince Markie Dee”) erano nati e cresciuti nel quartiere di East New York, ed avevano tutti e tre qualche chilo di troppo. Il gruppo che formarono era inizialmente chiamato “Disco 3”: Markie Dee e Kool Rock-ski rappavano, mentre Robinson suppliva all’assenza di una batteria eseguendo con la bocca il ritmo percussivo, exploit che gli valse il titolo di “batteria umana”. Nel 1983 i tre vinsero un concorso per il miglior gruppo rap al Radio City Music Hall, dove il primo premio consisteva nella possibilità di incidere un disco. L’etichetta che si accaparrò questi emergenti fu la Sutra, che nell’ottobre di quell’anno diede alle stampe il loro singolo “Reality”, oggi introvabile. Da notare che per la prima volta nella storia della musica, su “Reality” appare il suono di una “human beatbox”, eseguito naturalmente da Robinson. Un secondo singolo, “Fat Boys / Human Beat Box” uscì nel maggio del 1984. Era prodotto da Kurtis Blow, star della prima ondata, che diede agli allora Disco 3 un suono più moderno, con l’introduzione della drum machine 808 e di ritmiche linee di sintetizzatore. Anche le liriche facevano la loro parte, con i tre che non mostravano remore ad ironizzare sul loro grasso in eccesso: “I’m overweight but it ain’t no thing because I’m always fresh and guaranteed to pass any MC contest” ("Sono sovrappeso ma non conta perchè sono sempre alla moda e sono sicuro di vincere qualasiasi competizione tra MC”). Il singolo ebbe un buon successo, specie nell’area di New York, dove fu a lungo il disco più richiesto alle radio, e restò per ben 18 settimane nella top 15 locale. Fu seguito da un breve tour degli States in compagnia di altre star emergenti come Whodini, Run DMC e LL Cool J. Fu a questo punto che Kurtis Blow, divenuto, oltre che produttore, padrino, manager e protettore del gruppo, decise di modificare il nome dei Disco 3 nel più d'impatto “Fat Boys”. E fu con questa denominazione che nel settembre ’84 uscì il loro primo omonimo LP, interamente prodotto da Blow. “Fat Boys” è ormai un classico dell’hip-hop dei mid-eighties, a partire dalla copertina, che mostra i tre che divorano pizze, gelati e hamburger: un’immagine su cui i Fat Boys avrebbero costruito la loro intera carriera. Musicalmente “Fat Boys” è un disco scarno, basato sulla ritmica dell’808, con rap aggressivi ma non troppo e qualche coretto femminile a stemperare il sound. Insomma, un hip-hop leggero ma allo stesso tempo “stradaiolo” quanto bastò per stimolare la fantasia dei B-Boys dell’epoca. Oltre ai precedenti successi “Fat Boys” e “Human Beatbox”, erano presenti almeno due nuovi “hits”: “Can You Feel It?” e, soprattutto, la splendida “Jailhouse Rap”, che raccontava di come i Fat Boys, in cerca di cibo, fossero finiti in galera dopo aver cercato di svaligiare un Burger King. La versione su singolo raggiunse i top 20 della Black Chart di Billboard e i Fat Boys la sfruttarono magnificamente nel corso dei loro spettacoli dal vivo, rappandola vestiti da galeotti. Ormai sulla cresta dell’onda, i tre parteciparono a uno dei primi film sull’hip-hop, “Krush Groove”, per cui incisero il brano “All You Can Eat”, un altro inno alle gioie del cibo. L’estate ’85 vide l’uscita del secondo LP, “The Fat Boys Are Back”. Produzione ancora di Kurtis Blow, e riproposizione di una formula ormai consolidata. In particolare, erano degne di rilievo la title-track, in cui i tre si vantavano del successo ottenuto, e “Hard Core Reggae”, uno dei primi pezzi mai incisi in cui l’hip-hop si mescola al suono del reggae. Con l’LP successivo Blow si fa da parte e i Fat Boys cambiano registro: il sound si fa più commerciale e molte delle nuove canzoni non sono altro che versioni rap di vecchi successi del passato. Inaugura questa nuova era “Sex Machine” (da James Brown), presente sul terzo album “Big & Beautiful”. All’interno del disco, che appena uscito arrivò al numero 20 delle classifiche Black di Billboard, era presente un trascinante pezzo ballabile, “In The House”, prodotto da Dave Ogrin, considerato a ragione uno dei punti più alti della produzione dei Fat Boys. Ma, aldilà di questo exploit estemporaneo, apparve chiaro ai fans dell’hip-hop che i tre “ciccioni” erano ormai diventati un fenomeno per le alte classifiche ed MTV. L’anno successivo, il 1987, firmarono per l’etichetta Tin Pan Apple (una consociata Polygram) e realizzarono “Crushin’”, un LP destinato al grande mercato del pop. Conteneva, fra l’altro, “Wipe Out”, versione di un vecchio pezzo dei Surfaris che vedeva insieme, in un abile mossa pubblicitaria, i Fat Boys e i redivivi Beach Boys. L’idea, ovvia, era di replicare quanto avevano fatto i Run DMC, che avevano risollevato le sorti degli Aerosmith con la loro cover di “Walk This Way”. Anche stavolta l’accoppiata rap/rock fu ben accolta dal grande pubblico: “Wipe Out” entrò nei top ten americani e arrivò addiritura al n°1 delle classifiche inglesi. Ormai la versione rap di vecchi successi del passato era diventata l’unica ragione di esssere dei Fat Boys: a breve distanza incisero una stravolta cover di “Baby You’re A Rich Man“ dei Beatles (per la colonna sonora del film “Disorderlies”), e, in compagnia del redivivo Chubby Checker, una riproposizione di “The Twist” (contenuta nel quinto LP “Coming Back Hard Again”). Nel 1989 fu “Louie Louie” dei Kingsmen a subire il trattamento pop/rap dei Fat Boys, seguito da un nuovo album, “On And On”, che ormai aveva davvero poco in comune con il vero hip-hop. I tre, a questo punto, si separarono: Morales-Prince Markie Dee intraprese una carriera solista presso la Columbia Records, mentre Robinson e Wimbley si fecero attivi nel produrre altri artisti, e nel ’91 realizzarono anche un LP, “Mack Daddy”, sotto la denominazione di Fat Boys. Ma il disco passò inosservato, un po' per l’assenza di Markie Dee, un po' per il goffo tentativo dei due di riproporsi con una nuova immagine più “stradaiola” e un sound new jack swing poco convincente. In questo periodo, fra l’altro, Darren “Human Beat Box” Robinson si dedicò ad altre attività poco morali: nel gennaio ’90 fu arrestato a Coatesville, Pennsylvania, nell’atto di dirigere un porno-film il cui protagonista era un ragazzino di 14 anni… A seguito di un lungo e tormentoso processo, riuscì a restare a piede libero dopo aver pagato una forte multa. Nel 1995 i tre Fat Boys si erano finalmente riuniti per lavorare su un nuovo album, quando giunse la notizia della malattia di Robinson: un tumore incurabile che il 10 dicembre dello stesso anno, a seguito di un attacco cardiaco, lo portò alla morte a soli 28 anni. La morte di The Human Beat Box, oltre a mandare in frantumi tutti i sogni di “reunion”, fu accolta con vera commozione da tutto il mondo dell’hip-hop. Aldilà della piega commerciale presa dai Fat Boys nell’ultimo scorcio degli anni ottanta, infatti, nel loro momento migliore i tre avevano infatti contribuito in modo determinante all’evoluzione del genere e alla sua popolarizzazione, in grado come pochi di divertire e coinvolgere il loro pubblico iniziale e finale di riferimento: i B-Boys.-----
Discografia essenziale: "Fat Boys" (Sutra, 1984) “The Fat Boys Are Back” (Sutra, 1985) “Big And Beautiful” (Sutra, 1986) "Crushin'" (Urban/Polydor, 1987) “Coming Back Hard Again” (Urban/Polydor, 1988) “On And On” (Urban/Polydor, 1989) "Mack Daddy" (Ichiban, 1991) “Best Of The Fat Boys: All Meat No Filler” (Rhino, 1997)
Articolo del
25/05/2002 -
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