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A voler cercare un lato positivo nelle recenti elezioni presidenziali del 2 novembre 2004, uno c’è e ci appare indiscusso: la sonora sconfitta registrata da Bruce Springsteen e dai suoi accoliti del tour “Vote for Change”. L’ultra-cinquantenne rocker del New Jersey, lo ricorderete, si era esposto in prima persona a favore del candidato democratico John Kerry, dapprima con dichiarazioni alla stampa, e successivamente organizzando 11 concerti nei cosiddetti “Stati in bilico” insieme ad un parterre di musicisti comprendenti i R.E.M., Pearl Jam, Dave Matthews Band, Dixie Chicks, James Taylor, Jackson Browne, John “Cougar” Mellencamp, Jurassic 5, John Fogerty, Keb Mo’ e Bright Eyes. Si trattava della massima esasperazione di quel connubio tra rock e politica che va avanti fin dagli anni ’60 e che chi scrive ritiene come accostare il diavolo all’acquasanta. Aveva detto bene Alice Cooper in una dichiarazione ampiamente riportata al momento in cui “Vote For Change” era stato annunciato: “Per me, Springsteen è un traditore nei confronti del rock’n’roll, perché il rock è l’antitesi della politica. Quando ero un ragazzino e i miei genitori iniziavano a parlare di politica, correvo nella mia stanza e mettevo i Rolling Stones al volume più alto possibile. Così, adesso, quando vedo queste rockstars che si mettono a blaterare di politica, mi viene il disgusto. Se devi stare a sentire un cantante rock per capire chi devi votare, vuol dire che sei un idiota come e quanto loro. In fondo chi siamo noi rockstars? Dormiamo tutto il giorno, suoniamo musica la sera e solo molto di rado ci sediamo a leggere il Washington Journal…” Parole sante. Anche se poi il Washington Journal non esiste, e Cooper – si va a scoprire – è un nemmeno troppo velato supporter di George W. Bush, l’autore di “School’s Out” aveva perfettamente colto nel segno. Tanto più che, con il tour “Vote For Change”, Spingsteen è andato ben oltre l’ormai consueto schierarsi delle celebrità con le loro dichiarazioni di voto: ha organizzato un tour con il dichiarato intento di spostare voti e far eleggere uno dei due candidati alla presidenza, e ha perfino donato una delle sue canzoni, - “No Surrender”, oggettivamente una delle peggiori del suo repertorio - diventata l’inno ufficiale della campagna di John Kerry. Ho davanti a me i resoconti di alcuni di quei concerti, e ghigno nel leggere che – col senno di poi – parecchia gente, non solo Springsteen, è sprofondata nel ridicolo. A Cleveland, il 2 ottobre, Michael Stipe dei REM deambulava sul palco con una t-shirt di John Kerry, mentre l’”angry young man” Conor Oberst dei Bright Eyes, tra una canzone e l’altra, per nessun apparente motivo, asseriva che “a vote for Bush is like shitting in your own bed”, considerazione geopolitica di enorme spessore; e a Washington, nella serata finale, i Pearl Jam hanno cantato con l’attore Tim Robbins – nota ugola d’oro - e c’è stato l'epocale abbraccio porta-sfiga di Springsteen a John Kerry, salito sul palco per un’occasione fotografica che (non) resterà nella Storia. ---------------Il 3 novembre mattina, i risultati, che tutti conosciamo. Ma ciò che più conta, il voto giovanile (tra i 18 e i 29 anni) che era quello che Springsteen e soci volevano spostare, è solo “leggermente” in favore di Kerry (fatto consueto quando c’è uno sfidante), mentre nel voto della generazione tra i 30 e i 44 anni (quella che ha contribuito alla mitizzazione del “Boss”), Kerry è indietro di ben 7 punti. Per Springsteen, si tratta di una botta da cui gli sarà difficile riprendersi, dato che mai come questa volta si era esposto in prima persona, e che possibilmente gli farà avere una fase finale di carriera in odore di irrilevanza. La stessa cosa si può dire per R.E.M., i Pearl Jam, e la Dave Matthews Band, mentre James Taylor, John “Cougar” Mellencamp e John Fogerty erano già irrilevanti da tempo. Migliori le prospettive per Bright Eyes, Jurassic 5 e Dixie Chicks: per loro ci saranno ancora delle chances, vista la giovane età e l’evidente talento. Per la musica (e per tutte le arti), invece, il futuro appare assai roseo, in quanto è certo che per un bel po’ di anni e, forse, di decenni, a nessuno verrà più in mente di tornare ad accostare la purezza del rock alle macchinazioni della politica. E’ di cattivo gusto, è inutile, forse è anche controproducente. Buona resa a tutti.
Articolo del
08/11/2004 -
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