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Per una sera abbiamo viaggiato lungo le strade polverose del deserto dell’Arizona, ci siamo calati in nell’atmosfera sospesa e rarefatta di un paesaggio immobile e talvolta inquietante. Preceduto da un breve “set” schizo-punk elettronico dei Dada Swing, che ci hanno ricordato in certi momenti lo stile degli X-Ray Spex alla fine degli anni settanta, è entrato in scena Bill Elm, in solitario, questa volta senza i fidati Mike Semple al basso elettrico e Dave Lachance alla batteria, i due musicisti che di solito lo accompagnano in tour. E’ lui, Bill Elm, il fondatore e l’anima pensante dei Friends of Dean Martin (diventato poi Martinez) , il gruppo che nasce nel 1994 come “side-project” dei Giant Sand, la ben nota band di Tucson, della quale Bill Elm era il chitarrista. Grazie anche al contributo iniziale di Joey Burns e di John Convertino (che hanno poi formato i Calexico), i Friends Of Dean Martinez codificano un suono nuovo che mescola country style e lunghe suite musicali alla Ennio Morricone, condite da contrappunti rock e talvolta dalle sonorità morbide ed ovattate tipiche del longe. Tale ricerca sonora produce ottimi risultati e Bill Elm si perde all’interno di questi suoni dalla oscura valenza ipnotica, colonna sonora ideale per western movies ambientati nel deserto dell’Arizona. E’ proprio quello che accade questa sera, all’interno di un locale insolitamente vuoto (potremmo dire che siamo davvero in un “deserto” ma forse è offensivo, non tanto nei confronti dei FODM ma di quella fetta di pubblico colpevolmente assente questa sera) Bill Elm si alterna alla “steel guitar” e alle tastiere e- anche grazie all’apporto dei suoni campionati di basso e batteria - presenta dal vivo i brani tratti da “Random Harvest”, l’ultima fatica discografica dellla sua band. Sopra uno schermo sullo sfondo scorrono immagini, diapositive e documentari tutti focalizzati sullle zone desertiche intorno a Tucson, Arizona e sembra di stare a metà fra il set di un film di Sergio Leone ed una proiezione di diapositive ad Avventure nel Mondo. E’ l’esemplificazione sonora di quel “desert rock” che sta contagiando artisti di nome dai già citati Calexico e Giant Sand, ai non dimenticati Kyuss, a certe cose di Greg Dulli e Mark Lanegan. Ogni tanto Bill Elm, riservato e schivo come lo sapevamo, si interrompe per annunciare l’esecuzione di un tema che sarà la colonna sonora di un prossimo film (non poteva essere altrimenti) ma poi le note di brani come “The Winter Palace”, “Nowhere To Go”, “Dusk” o della stupenda “Lost Horizon” ci avvolgono interamente. E’ una musica a volte dura, distorta, che sa essere drammatica, elettrica e spietatata, eppure sognante, così come quando disegna traiettorie irraggiungibili, lontane, distanti, ma tanto vicine alle corde dell’anima. E’ una musica che da voce agli scorpioni, alle iguana, a quegli enormi ragni neri che popolano le dune sabbiose dei nostri deserti, reali o immaginari che siano. E’ musica che non ha bisogno di liriche, perché è proprio quel suono che contiene in esso tutta la liricità necessaria.
Articolo del
07/12/2004 -
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