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Il suono si fa più elaborato, viene a galla una capacità compositiva ricca e articolata, che nel precedente album era rimasta nascosta fra le righe di un minimalismo sapiente e di una semplicità tutt’altro che banale. L’ironia ricorrente nei testi e nelle musiche è l’esatto contrario della demenzialità bizzarra, paradossale e robotica dei Devo. La politica per i Talking Heads non è trasversale, è diretta: buildings and foods, vitto e alloggio. Non è devoluzione, è programma… persino laddove si trasforma in un incubo tormentato, in una visione o in una premonizione. “Fear of Music”, datato 1979, è appunto una premonizione. L’intervento di Eno nella elaborazione delle cupe e visionarie atmosfere che accompagnano l’intreccio compositivo dei singoli brani è risolutivo, sembra addirittura ispirare la grafica aliena e spartana della copertina. La società viene ora esplorata a partire dallo strato più profondo, quello degli incubi e delle angosce, dell’inconscio collettivo. L’analisi e la sperimentazione, non soltanto musicale (si pensi alle frenetiche basi ritmiche di “I Zimbra” o alle sonorità “smarrite” di brani come Drugs, Memories Can’t Wait, Mind e Life During Wartime) si spingono fino alle estreme conseguenze, fino all’esplorazione di zone di confine, di mondi paralleli, ai limiti della realtà. Mondi tuttavia possibili, almeno dal punto di vista della mente. Tant’è che l’esplorazione genera paura: “paura della musica”. Ora i Talking Heads sono al culmine della loro carriera. Nell’’80 esce “Remain in Light”, unanimemente considerato il loro capolavoro. Ebbene, bisogna dire che “Remain in Light” è qualcosa in più di un semplice album targato Talking Heads. E’ un lavoro di gruppo, una pietra miliare, dove i Talking Heads svolgono un ruolo nemmeno tanto centrale rispetto alla globalità ed alla portata dell’esperimento. Eno offre il meglio di sè, ma a Byrne e company bisogna aggiungere anche un folto stuolo di musicisti di varia provenienza, dall’irripetibile chitarrista Adrian Below al trombettista Jon Hassell (fondatore del progetto “quartomondista”) alla cantante Nonah Hendrix. L’album ha un respiro orchestrale. Le ritmiche africane ed afroamericane, il funky robotico, il suono gelido, pervasivo, disorientante delle tastiere di Eno, la voce ipnotica, smarrita di Byrne, gli assoli psichedelici e vertiginosi di Below completano un progetto destinato a rimanere nel tempo. Perché il disco non ha perso assolutamente nulla della sua modernità, anzi sembra provenire dal futuro. Si coglie a pieno il senso di una citazione di Bourroughs: “Dite al pilota di diventare l’aereo, e poi chi comanderà l’aereo?”. E’ un lavoro assolutamente visionario, profetico, come soltanto i Pere Ubu, battendo strade completamente diverse, hanno saputo fare. Le sensazioni che lascia sono infinite. “Once in Lifetime” esprime con assoluta glaciale indifferenza il senso di angoscia e fallimento che ci pervade di fronte all’incessante scorrere della vita (“…and you may say yourself, my God, what have I done!”). “Houses in Motion” suggerisce l’immagine di paesaggi urbani, periferie ed autostrade in movimento, una specie di viaggio all’infinito, nella notte, nel tempo. “Born under Punches” o “Crosseyed and Painless” anticipano una probabile era digitale o un probabile mondo d’automi. “Seen and not seen” è dedicata al problema dell’alienazione, della perdita d’idendità, della progressiva spersonalizzazione dell’uomo moderno. E che dire della profetica quanto lucidissima “Listening Wind”. Non è forse la storia di Mojique (il ragazzo arabo del futuro, che si arma nel deserto), un anticipazione dell’odierno estremismo islamico, della tragedia delle Twin Towers? Ed infine, “The Overload”: il mondo giunto agli epigoni, per stanchezza fisica e morale, per “sovraccarico”. Una natura distrutta in un mondo sovraffollato. Ancora una volta la politica, il tentativo di una sintesi fra passato e futuro (non è da meno la copertina dell’album). I successivi episodi della band seguono purtroppo una parabola tutta in discesa. “Speaking in Tongues” è un ritorno agli inizi, alle canzonette piene di umorismo psicotico e di raffinatezza intellettuale. L’analisi della società americana viene svolta adesso con maggiore pacatezza, il tono della polemica è più benevolo, il sarcasmo meno evidente, la riflessione quasi un invito alla condiscendenza ed all’amore. E’ questo infatti il leit motiv del successivo “Little Creatures”. “True Stories” è pesantemente contaminato dal folk; intende in questo modo dare espressione e colore alla cosiddetta ”america profonda”, tema caro ai Talking Heads ma soprattutto a David Byrne, che lo approfondirà di seguito anche nella sua opera solistica. La parabola Talking Heads è giunta alla fine. “Naked” è il loro ultimo album in studio. Degli antichi splendori è rimasta ben poca cosa: l’inventiva sempre vivace delle composizioni, l’humour forse un po’ meno aggressivo, ma mai interamente sopito. Il resto della produzione è costituito da una serie di registrazioni dal vivo, di cui si ricorda in particolar modo “The name of this Band is Talking Heads” del 1982, di remix ed antologie e di produzioni cinematografiche e multimediali, fra le quali spicca l’indimentacabile “Stop Making Sense”, a tutt’oggi considerato uno dei migliori film-concerto della storia del rock, dal quale emerge non soltanto la dirompente vena creativa ma il completo messaggio artistico e comunicativo della band. In quanto al gruppo disciolto, Tina Weymouth e Chris Franz danno vita in quegli stessi anni ai Tom Tom Club mentre David Byrne intraprende una brillante carriera solistica dalla quale vengono partoriti capolavori quali “My Life in the Bush Of Ghosts”, con Brian Eno e “The last Emperor”, colonna sonora dell’omonimo film di Bernardo Bertolucci, in collaborazione con Ryuichi Sakamoto e Cong Su. Recentemente ha scritto una serie di sermoni, che ha fatto pubblicare in un libro dall’aspetto completamente identico a quello di alcune Bibbie che vengono messe a disposizione dei clienti negli hotels americani ed ha convinto alcune catene alberghiere a distribuirlo nelle stanze dei propri clienti (sic! tanto per rimanere in tema di pomodori Campbells). Strano, ma da giovane, presso la Rhode Island School Of Design, prima di diventare famoso, organizzò una performance, che non fu molto apprezzata e capita dai professori della scuola, durante la quale “… cercava di radersi capelli e barba con la schiuma della birra, accompagnato dal suono di una fisarmonica e da una ragazza che mostrava cartelli scritti in russo”. Il muro di Berlino non era ancora caduto.
Articolo del
30/05/2002 -
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