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Fino a metà dell’Olimpica puoi ancora pensare che si tratti di una cosa di nicchia, un fenomeno per nostalgici irriducibili che non accettano lo scorrere degli anni. Poi c’è la fila, ben prima dello svincolo per Tor di Quinto e il Gran Teatro, la fila che ti dici “ecco, ci mancava l’incidente, va a finire che faccio tardi” e poi, con molta calma e pazienza, scopri che no, l’incidente non c’è, c’è solo un sacco di gente che è lì per lo stesso tuo motivo. Sta andando a vedere "The Lamb Lies Down On Broadway" suonata da The Musical Box, che affrettatamente si potrebbe definire una cover band che ha consacrato la sua attività ai Genesis e, nella fattispecie, a riportare in scena la versione live del famoso e sovente incompreso concept album dei primi anni ’70. Trovi il parcheggio ingolfato e più di 2000 persone, tutte accorse lì per un rito collettivo di rivisitazione del passato, che sanno i testi a memoria, gli assoli a memoria e sanno quindi apprezzare la bravura di Denis Gagné e dei suoi amici canadesi, Martin Levac, il batterista, in testa. Si spellano le mani, gridano, si alzano alla fine e, a furia di fischi e pestoni sulle gradinate, si guadagnano anche "The Musical Box" e "Watcher Of The Skies" come bis. E mentre ti guardi intorno e osservi le molte generazioni presenti, quelli che hanno visto i veri Genesis, quelli che ci sono andati vicini, quelli che conoscevano solo le ultime cose ma erano curiosi, e l’entusiasmo di tutti, realizzi che c’è di più, che a questo gruppo l’etichetta di cover band va stretta. L’idea stessa di cover è un’idea ambivalente: da una parte i grandi si divertono a reinterpretare certi brani, che hanno ormai anche nel pop lo statuto degli standard del jazz, per far vedere a tutti quanto sono bravi a trasformare a proprio gusto un classico; dall’altra i gruppi in erba affinano le proprie capacità e affilano le proprie armi cimentandosi su testi collaudati e stranoti, che già da soli sono capaci di attrarre una certa quota di pubblico. The Musical Box non rientra in queste categorie: è una band collaudata, in grado di sopportare un importante tour europeo facendo ad ogni colpo il tutto esaurito; eppure non concede nulla all’estro creativo, lavorando semmai filologicamente sui materiali, dai documenti alle piste originali, dagli strumenti ai filmati d’epoca, per “ricreare – come ha affermato Armando Gallo, biografo dei Genesis – la magia di un gruppo leggendario”. Gagné e i suoi segnalano piuttosto un’evoluzione nell’universo del pop, il primo emergere di una “nuova” categoria: quella del classico, non più inteso come semplice riascolto dell’originale, ma come sua esecuzione fedele eppure artistica, riattualizzazione che lo libera dal creatore per proporlo come testo valido in sé, come un concerto di Mozart o un notturno di Chopin.
Articolo del
27/01/2005 -
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