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Piove e fa freddo, l’ideale per ficcarsi in un club e gustarsi per intero la sbornia blues garage punk che la serata prevede. Si comincia tardi, ma piuttosto bene con gli Intellectuals, una piacevole sorpresa direi, una band romana che ripropone il connubio uomo-donna, chitarra-batteria, già felicemente sperimentato dai White Stripes. Ci presentano dal vivo “Black! Domina! Now!” il loro disco d’esordio, appena uscito per la Hate Records. Dobbiamo dire che la sezione vocale é aggressiva e tagliente come si conviene ad un gruppo punk che si rispetti, e brani come “Super Ego” e “Donut” sono un dignitoso esempio di “garage rock”. Meritano fortuna. Dopo una mezz’ora sale sul palco, in solitudine, Monsieur Jeffrey Evans, figura mitica della scena blues statunitense dai tempi dei Gibson Brothers. Sembra il fratello di Allen Ginsberg, è profetico, carismatico e ironico quanto basta, alterna “blues ballads” intense e struggenti a dei rock and roll acidi e tirati, brani che in gran parte sono tratti da “C.C.Rider”. A dire il vero ci sembra di essere tornati ai primi anni settanta, ma è stato proprio quello il periodo del primo “blues revival”, è stato un periodo fertile e geniale, quindi non c’è da meravigliarsi che Mns Evans lo rappresenti tanto fedelmente. Sul finale entra in scena Bim Thomas, il batterista dei Bassholes, e arricchisce di ritmo i pezzi più graffianti e veloci. Al grido di “Mamma Mia!” e “ Se l’uomo ha inventato la Birra, Dio ha creato l’Erba!” e con tanti ringraziamenti, Jeffrey Evans cede il passo all’amico di sempre Don Howland, altra leggenda vivente del blues USA. Anche lui in passato faceva parte dei Gibson Brothers, ma dal 1992 ha messo in piedi The Bassholes, un duo blues rock tendente al punk che riesce a trasmettere - in particolare dal vivo - tutte le potenzialità energetiche e curative di questo genere di musica. Accanto a Don Howland, chitarra e voce, picchia duro e solerte il sopra citato Lamont “Bim” Thomas, un batterista molto apprezzato nell’ambito della scena “low-fi”. I due non si perdono in preamboli, anche perché ormai sono le ore 1:30 del giorno dopo, e partono a passo di carica con “Broke Down Engine” una straordinaria “cover” di Blind Willie McTell, un “bluesman” USA degli anni venti. Il pubblico, fatto di appassionati veri e disposti a tutto, sembra gradire e si entusiasma sempre di più quando vengono eseguite “Daughter”, “BlackBird”, “Fascist Times”, “Purple Noon” e via via gli altri brani tratti da “Bassholes” l’album nuovo del gruppo, appena uscito per la Dead Canary Records. Si capisce che le radici blues sono un qualcosa di innato e di immarcescibile per Don Howland, padre di famiglia e professore di Scuola Media, che però sente il bisogno irrefrenabile di dar spazio alle sue viscere, di far uscire quel demone che ha sotto pelle e portarlo in giro per il mondo. Altre “cover” di blues di annata di pregio, “Evil Devil Blues” di Skip James, per esempio, si alternano a citazioni punk come quella “She’s Lost Control”dei Joy Division, e la serata decolla rumorosa e incandescente come ci aspettavamo. Quello che sorprende in positivo è la combinazione ben riuscita, l’amalgama perfetto dell’approccio “blues roots” con l’aggressività del “punk rock”, oltre all’integrità e al rigore dei musicisti, mai schiavi di quello che fanno, riservati ed onesti, non delle fottute rock stars. Il “live act” si conclude con il ritorno sul palco di Mns. Jeffrey Evans per una esecuzione strabordante di “Dingleberry Jam”, un “rock blues” elettrico di ottima fattura. Torno a casa alle 3:00 del mattino, il sonno è passato, sarò “groggy” sul lavoro, odoro di tabacco e di blues, ma non importa, ne valeva la pena!
Articolo del
25/02/2005 -
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