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Serata per “hard rockers” affezionati, rigorosi e compatti. Si comincia con il piede giusto e l’antipasto viene servito dai Lizards di Bob Rondinelli, ex batterista dei Rainbow. Si tratta di veri e propri predicatori di heavy metal e presentano dal vivo “Cold Blooded Kings”, il loro ultimo album. Ma il pubblico presente, lo zoccolo duro dei rockers settantiani, è in attesa di un uomo solo, quel Glenn Hughes, vocalist possente, bassista fenomenale, che ci ha deliziato tutti anni fa, con i Deep Purple prima, con i Black Sabbath poi e via via nella sua lunga carriera solista. E lui sale puntuale sul palco con la sua “tour band” nella quale spicca il geniale J.J. Marah alla chitarra elettrica e ci offre subito delle esecuzioni di una potenza devastante, brani come “Soul Mover”, “Orion” e l’incandescente “End Of The Living”, tutti tratti dal suo ultimo album, appena uscito, e che si intitola per l’appunto “Soul Mover”. Glenn indossa un paio di occhiali scuri “ Non voglio fare il fighetto” spiega “Ho solo bisogno di guardare in faccia il mio pubblico. E questo è l’unico modo per vedervi, altrimenti non potrei!” Grida di approvazione ed esultanza. Il clima è già abbastanza caldo, il momento é opportuno per piazzare un colpo ad effetto, ed ecco che arriva puntuale “Mistreated” la “superballad” per antonomasia dell’Hard Rock, potente e graffiante, drammatica e cadenzata, che mette in mostra una volta di più l’incredibile estensione vocale di cui è dotato Glenn Hughes che si sofferma sulle vicende private di tutti i veri hard rockers, sinceri e passionali, e capaci di lacerazioni indicibili in amore. Quel “Since my baby left me, I’ve been losing my mind” è urlato in coro da tutti e, a seguire, sulla scia, ecco le vibrazioni metalliche della incalzante “Can’t Stop The Flood” il brano di apertura del recente “Soulfully Live In The City of Angels”, l’album doppio dal vivo. Il basso di Glenn Hughes è stato disegnato da un liutaio italiano, e lui ammette di avere un rapporto preferenziale con il nostro paese “Sono contento di essere tornato a Roma” urla Glenn Hughes “ La città dove abita il Papa!” il pubblico rumoreggia un po’ “ Ma come, non lo sapete?” gigioneggia ancora “Il Papa è nella mia guest-list!”. Si riparte subito con un’altra ballata di grande spessore, quella “Let It Go” che è uno dei brani guida del nuovo disco. Glenn riflette a voce alta sul suo passato, sul suo periodo più nero, storie di droga che risalgono però a venti anni fa, e regala questo brano a quanti hanno parlato male di lui, a chi lo riteneva finito. “High Road” è ricca di ritmo e di energia positiva, mentre “Medusa” è una “slow ballad” di alta caratura, tinteggiata di “funky”, che esplode in un “refrain” fragoroso e roboante. Ancora un brano dal nuovo disco, “Don’t Let Me Bleed”, dove Glenn canta le ferite del tradimento e sanguina con chi ne ha sofferto, poi si lascia trasportare dalle note di “Wherever You Go” un rock and roll molto semplice nelle armonie, ma di grande impatto. Il concerto si chiude, dopo poco più di un’ora, un po’ troppo presto forse, con l’intro alle tastiere che riaccende la memoria dei presenti e ci riporta a “Seventh Star” il brano storico inciso con Tony Iommi nei Black Sabbath. Non male come saluto finale a questa notte romana di primavera metallica accolta come tisana corroborante da quanti restano “fedeli alla linea” di un hard rock bluesato, che mette in gioco l’anima.
Articolo del
21/03/2005 -
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