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Il 13 Aprile Johnnie Johnson è morto nella sua casa di St. Louis, Mississippi. Aveva 80 anni, era stato ricoverato un mese fa per una polmonite ma sembrava essersi ripreso, calcando i palchi per un concerto appena qualche settimana fa. Johnnie Johnson è stato uno dei padri del rock’n’roll, quel pianista che firmò assieme a Chuck Berry moltissimi successi come “Maybellene”, “Roll Over Beethoven” e “Sweet Little Sixteen”. Proprio Chuck Berry gli dedicò forse la sua canzone più famosa, quella “Johnny B. Goode” che tutti abbiamo accompagnato col piede almeno una volta nella nostra vita: Johnnie era l’eroe, la stella di quella storia raccontata nella forma del rock’n’roll. Johnson era un pianista eccelso, aveva un modo di suonare molto particolare fatto di blues, jazz, rock’n’roll e New Orleans style, scoperto e coltivato come un dono naturale. Con il suo sound e il suo modo di suonare contribuì al successo di molti altri hit di Chuck Berry, suo storico amico, tant’è che alcuni riff chitarristici non sono altro che l’esatta traduzione su tablatura delle frasi di piano composte da Johnnie stesso. Fairmont, WV, vide nel 1924 i suoi natali, e lo vide toccare per la prima volta i tasti del pianoforte all’età di cinque anni, grazie agli incoraggiamenti della madre che mai ostacolò questa sua passione.; il pianista cresce ascoltando dischi di Bessie Smith, Meade “Lux” Lewis e Ethel Waters, e matura pian piano un proprio stile pianistico, fedele con moderazione alla tradizione. L’avventura di Johnnie Johnson nel mondo del rock’n’roll comincia però propriamente nel 1953, quando Chuck Berry si unisce al “Sir John Trio” diventando frontman e chitarrista del gruppo; Berry (con l’appoggio di Muddy Waters) firma un contratto con la Chess Records e da qui in poi per venti anni ci sarà un’amicizia solida arricchita da pietre miliari della storia del rock’n’roll; “Rock & Roll Music”, “Reelin’ And Rockin” e “Back In The U.S.A.” solo per fare alcuni nomi. Molti arrangiamenti di questi storici brani sono dovuti all’inventiva e al ruolo fondamentale che ha avuto Johnnie Johnson al piano, e questo lo porterà molto anni dopo a citare in causa l’amico per vedersi riconosciuti i diritti sulle composizioni che lui stesso aveva contribuito a creare. L’avventura si chiude quindi nel 1973, quando il pianista diviene vittima dell’alcol e gradualmente scivola via dal mondo della musica, sino a cambiare completamente vita diventando un conducente d’autobus. L’anonimato dura 14 anni, il tempo di farsi convincere da Keith Richards, suo grosso estimatore, a tornare in scena con un disco solista molto importante, “Blue Hand Johnnie”, che gli varrà anche una nomination ai Grammy: un misto di blues, New Orleans, boogie e shuffle che segna alla grande il suo ritorno in scena. La risalita continua con “Rockin’ Eighty Eights” (1990) e “Johnny B. Bad” (1992), dove tra l’altro suonano anche Eric Clapton e Keith Richards stesso (che lo ha voluto anche nella realizzazione dei suoi progetti solisti). Nel 1993 è la volta di “That’ll Work” (1993), altro solido disco di radici neri e rock’n’roll firmato assieme ai Kentucky Headhunters, gruppo che mischia rock, country e blues, mentre nel 1995 esce il non proprio ispirato “Johnny Be Back” (chicca per i fans: in dvd è invece uscito recentemente un concerto registrato al Basement Nightclub di Sidney). Come si intuisce anche dai titoli dei dischi, Johnnie Johnson sarà sempre legato a quel sound, quell’atmosfera e a quel discorso mai lasciato a metà che iniziò negli lontani anni Cinquanta. Nel 2001 entra nella “Rock’n’roll Hall of Fame”, da quel momento in poi non ci sarà nessun nuovo disco ma solo diversi interventi in dischi altrui (Clapton, Aerosmith, George Thorogood) e svariati concerti, l’ultimo dei quali assieme ad un altro de grandi padri del rock’n’roll, vale a dire Buddy Guy, che ha speso parole commoventi per la scomparsa dell’amico. Johnnie Johnson è stata una mente feconda di intuizioni, ha scritto e consolidato gli stilemi del rock’n’roll e ha ricevuto la stima di tutti i musicisti con cui è entrato in contatto: la stella di “Johnny B. Goode” non tramonterà. Go, Johnny, go.
Articolo del
20/04/2005 -
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