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Una serata indimenticabile, un fiume di immagini, quelle proiettate dal talentuso vj Nic Hillie, si è riversato su di noi, siamo stati esposti a generi musicali diversi, di qualità elevata, a brani eseguiti da “vocalist” mirabili come Davinder Singh, Reena Bhardway, Sharon Duncan e Tina Grace, che si sono alternati sul palco con professionalità e grazia. Ma che cosa teneva insieme tutto questo? Chi solo era in grado di poterlo fare? Un personaggio sobrio, tranquillo, dotato di uno sguardo e di un sorriso magnetici, il dj-musicista-produttore anglo-indiano Nitin Sawhney, un artista per il quale gli aggettivi più straordinari sembrano non bastare mai. Si presenta sul palco in felpa, jeans e sneakers, potrebbe tranquillamente confondersi in un qualsiasi gruppo di adolescenti un po’ cresciuti, e mescolarsi al pubblico romano accorso all’Auditorium Pio di via della Conciliazione, un “jet-set” profumato, colorito e talvolta distratto, punteggiato di giornalisti sportivi, dj radiofonici, editori, produttori cinematografici-mecenate, attori-registi affermati e attrici “off” emergenti. Nitin rischierebbe quasi di scomparire se non fosse proprio lui il vero regista di questa “performance”, l’indiano di Londra che con il passare del tempo, mescolando la musica dance all’elettronica, la musica etnica al rock ha partorito un suono unico e originale, tanto raffinato quanto piacevole. “Cheer-up! Coraggio, fatevi animo!” Sawhney si avvale evidentemente delle pozioni magiche evocate dal nome dell’ultimo album, “Philtre” e rincuora quanti erano logorati dalla lunga attesa. I nuovi brani, composizioni di grande spessore come “Dead Man”, che ci riporta al Subcontinente indiano, e “Koyal (Songbird)” dedicato a sua madre, o ancora pezzi come “Spark” e “Journey” hanno una forte valenza ipnotica e spaziano dall’hip-hop al flamenco, dal piano classico al jazz, dalla musica classica dell’India del Nord allo stile “asian modernist” ultimo della serie, per il quale tante colorite etichette sono ancora in via di definizione. E’ lui, Nitin Sawhney che opera la sintesi alchemica fra gli elementi e ci regala dei momenti musicali altissimi come “Waiting (O Mistress Mine)”, una “standout track” evocativa ed elegante eseguita a due voci, e “Rainfall” con quel richiamo ad una pioggia che non porta sollievo, brani entrambi tratti da “Human” l’album precedente. Ci piace ricordare, tra le immagini che scorrevano sullo sfondo, alla velocità e al ritmo della musica, un Berlusconi-cameriere, un Tony Blair e una Condoleeza Rice ballerini, un Bush-Levriero, e quella di uno scimpanzè che si alterna a filmati di guerra, a significare la preoccupante regressione che sta attraversando il genere umano. Su tutto campeggia la scritta “Apologize”, vuol dire “Chiedete Scusa”, un imperativo forte che ci ricorda come Nitin Sawhney sia essenzialmente un pacifista, abituato a definire la propria identità attraverso la musica, simbolo di comunione di suoni, di unità degli intenti negli animi delle persone, ma anche di tante incertezze sul presente e di questioni aperte sul futuro. “Io non ho soluzioni” ci ricorda, “ma solo mille domande”, quindi saluta il pubblico con una esecuzione strabiliante per chitarra acustica e tablas di “Prophesy”, la “title track” di uno dei suoi album più belli, un viaggio che si esalta con un crescendo finale ricco di ritmo, contagioso e sognante, con quei suoni che penetrano sotto pelle e ti fanno felice.
Articolo del
28/05/2005 -
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