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Un incontro con l’elettronica più dura e militante, una serata all’insegna di ritmi percussivi e di sonorità filtrate dalle macchine, aperta da Boy In The Static, da Boston, il gruppo formato da Alexander Chen, un giovane musicista da poco sotto contratto con la Alien Transistor, la casa discografica dei Notwist. Boy In The Static è da sempre un seguace dell’elettronica minimale tedesca e le linee guida del suo “set” - tutto imperniato su “Newborn” il nuovo cd - riflettono tale impostazione, in particolare su brani come “ Kissed Under The Sun”, “Warm Blooded” e “Truly Yours”. Poco prima della mezzanotte, attesi da un folto pubblico, a dimostrazione che le nuove frontiere dell’elettronica possono contare su numerosi appassionati - salgono sul palco i 13 & God, una sorta di collettivo musicale tedesco-americano, nato dalla fusione dei Notwist con Themselves, un incontro che ha portato alla recente pubblicazione di un disco che ha il titolo del progetto stesso. La fusione è senz’altro affascinante perché se i Notwist dei fratelli Markus e Micha Acher e di Martin “Console” Gretschmann sono da sempre fautori di un elettronica minimale, con melodie astrali e tematiche esistenziali, i Themselves di Adam “Doseone” Drucker, Jeffrey “Jel” Logan e Dax Pierson sono in pratica un gruppo di hip-hop, per quanto trasversale, sebbene mutante e dedito alla frammistione di suoni e all’avanguardia. I Notwist fanno parte della storia e condividono lo stile di gruppi come i Tarwater, per esempio, legati alla Morr Music, mentre i Themselves incidono per la Anticon un etichetta americana di nuovo hip-hop , quindi verbalizzano e rimeggiano a più non posso. Un puzzle umano che sembra di difficile soluzione, ma solo in apparenza, perché quando cominciano a risuonare in sala le note ventrali del basso di Markus Hacher, sulle quali si innesta con abilità “Doseone” Drucker , il bizzarro vocalist dei Themselves, tutto appare quanto mai devastante e normale. Composizioni come “ Perfect Speed”, “Low Heaven” e la splendida “ Men Of Station” ci riportano a certo “dark sound” dei primi anni ottanta ( Joy Division , Virgin Prunes), ma loro hanno uno strumento in più, quella vocalità mefistofelica, volutamente irritante che permea di sé l’intero “live act” e comunica alienazione e malessere, come se il dialogo aperto da tempo memorabile fra uomo e macchine avesse finalmente trovato un eccellente interprete e traduttore.Un altro brano ricco di atmosfera e percussivo sulle paure e sulle fortune degli uomini di questo pianeta e ancora le suggestioni forti di “ Froze Lake”. Poi nel finale la riproposta di “Pick Up The Phone” con un nuovo arrangiamento, più ritmato e letale, per una serata ricca di “ultrabeat” ma niente affatto povera di suggestioni melodiche. E’ un po’ come se i 13 & God ricercassero l’anima delle macchine, è un po’ come se fossero sulla strada giusta…
Articolo del
03/06/2005 -
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