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Finalmente ci siamo! Dopo qualche incertezza la Sesta edizione di Yellow Party si trasferisce dal Castello di Otranto a Melpignano, sul piazzale di fronte al Convento Agostiniano, illuminato a giorno da quelli della Meltin’Pot che hanno fatto le cose per bene mettendo insieme arte, moda e rock and roll. Nel pomeriggio l’installazione di “Celebrities” una mostra di fotografie davvero particolari, tratte dall’archivio di Rankin, che ritraggono “rock-stars” del calibro di Keith Richards, Bono Vox e P.J. Harvey, la sera poi il concerto, con un “cast” di qualità, rispettoso delle radici del rock ma proiettato anche verso il futuro. Si spiega così l’abbinamento di Iggy & The Stooges, padri fondatori - insieme ai Doors di Jim Morrison e ai Velvet Underground di John Cale, Lou Reed, Nico e Andy Warhol - del “rock underground” americano dei primi anni settanta con gruppi di “new punk” e di elettronica che sono intenzionati a dettare i ritmi del futuro, una sorta di passaggio di consegne che possa salvaguardare l’integrità di quel suono, di quegli ideali di cambiamento e di innovazione. Arrivano a Melpignano - oltre agli ospiti selezionati dalla Meltin’Pot - anche diecimila ragazzi provenienti da tutto il Centro Sud, in una atmosfera di festa, facilitata dall’accoglienza della gente di qui, sempre pronta a spalancare le porte a tutti. Aprono la serata le Yumi Yumi due ragazze incredibilmente toste e vivaci originarie di Kumamoto City, Giappone, ma attualmente residenti a Manchester, in Inghilterra. Hanno proposto il loro “punk and roll” d’avanguardia, una idea musicale al cui interno trovano posto sia chitarre distorte che elettronica, tanto provocazione quanto divertimento. Da segnalare il desiderio di l’affermazione di sé contenuto su “I’m Right” il primo singolo al quale si aggiungono poi altri brani tratti da “Alchemy”, per una serie di trasgressioni, pose volutamente eccessive e campionature indovinate come quella che cita “No Fun” il vecchio brano degli Stooges. A seguire i Mando Diao, una band svedese di cui si dice un gran bene e che ci offre un “set” serrato e morbidamente elettrico, ricco di ritmo ma niente affatto privo di spunti melodici. Ascoltiamo dal vivo canzoni come “God Knows”, “Clean Town” e “Cut The Rope”, più altri brani tratti da “Hurricane Bar”, la loro ultima fatica discografica. L’intrattenimento si mescola ai “riff” delle chitarre elettriche e la band segue un po’ le linee di tendenza dell’ultimo “power pop” di stampo britannico. È il momento di Iggy & The Stooges che poco dopo le 23,00 salgono sul palco senza troppi preamboli e fanno parlare la loro musica. Le note devastanti di “Loose” e di “Down On The Street “ si abbattono sul pubblico, le grida di Iggy poi lo infiammano. “Fuck Everything!” non c’era bisogno di altro, sotto palco succede di tutto, arriva “ 1969” e il furore psichedelico di quell’epoca diventa quanto mai attuale, “ I Want To Be Your Dog” e comincia la danza selvaggia dell’Iguana di Detroit, in gran forma, si mette a carponi come un cane, si dimena sul palco, abbaia, morde ancora, a 58 anni compiuti! “Italia, I need you!” e via con il micidiale “riff” di “T.v. Eye” , con la chitarra di Ron Asheton in primo piano, ben assecondata da un incessante lavoro del fratello Scott alla batteria e di Mike Watt al basso. Segue una riflessione sulla cattiveria imperante, sull’ipocrisia del genere umano, che ci fa sentire sporchi dentro, ora come allora, quando scrisse “Dirt”, un “heavy blues” fatale, con quelle cadenze così definitive, così pesanti. “Fuoco Alle Galere!” campeggia su uno striscione al centro della piazza, Iggy lo legge, scandisce ogni parola a gran voce, e poi esegue, in rapida successione, “Real Cool Time” e “No Fun”, un diluvio incontenibile di ritmo, di percussioni e di chitarre strofinate oltre misura che hanno come nemico da battere l’insoddisfazione e la noia. Alcuni ragazzi salgono sul palco, ballono con lui, lo abbracciano, gridano al microfono! E’ un momento catartico, liberatorio, è il male che esce fuori da noi e si trasforma in energia positiva, è la medicina per cui siamo venuti quaggiù! Non c’è un attimo di pausa, vedo le Yumi Yumi “pogare” sotto palco, Vic Thrill, “master of ceremony” della serata, è vicino a me, completamente ubriaco di felicità, come un bambino che ha ritrovato un giocattolo che aveva perduto. Non c’è un attimo di pausa! Arriva anche “1970” più nota come “I Feel Alright”, è il momento di Steve Mackay, del suo sax tenore che si mescola alle grida di Iggy, diventano una sola entità di suono, all’insegna di quel “free jazz” che fu di Coltrane e di Sun Ra, e che rivive poi anche nell’esecuzione di “Funhouse” e di “L.A. Blues”. Seguono “Skull Ring” e “Dead Rock Star”, brani più recenti, che denunciano la corruzione del “music biz”, che divora lo spirito originario del rock and roll. E ancora “ Little Doll”, letale come sempre, seguita da “Not Right” e da “Electric Chair”, con quelle chitarre roboanti e ossessive. Chiude l’esibizione una seconda versione - impreziosita dal sax di Mackay - di “I Want To Be Your Dog”, per un totale di ottanta minuti tirati al massimo, percorsi ad una velocità folle, senza risparmio di energia. Di cosa è fatto - mi chiedono - di quale materia si compone il corpo di Iggy? Non rispondo, lo dico a voi, è istinto, è rapidità nel pensiero, è energia atomica nell’azione, è una fascia nervosa in continua tensione, posseduta come è - nella terra dei tarantolati - da una elettricità inesauribile. La serata continua con i Rinocerose, dalla Francia, un gruppo che propone una “dance” oscura che strizza l’occhio al rock e all’elettronica. La band si serve di supporti visivi per meglio dare risalto alle idee di avanguardia rintracciabili su “Schizophonic”, il loro nuovo album e che sono ben esemplificate dall’esaltante e torbida “Bitch”, il primo singolo. La notte continua con due d.j. set, quelli di Vic Thrill, personaggio eclettico della scena newyorchese, e di Lee Roy Thornhill, ex Prodigy, veri e propri maghi della consolle che sanno come intrattenere e come accompagnare alla fine una iniziativa di indubbio fascino come The Yellow Party, capace di cambiare pelle ogni anno, che è diventata un punto di riferimento per l’estate in tutto il Salento e anche oltre i confini nazionali.
Articolo del
20/06/2005 -
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