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Tanta, tanta gente per vedere i The Wailers, leggendaria backing band di Bob Marley, anche se del gruppo originale è rimasto a portare avanti una pesantissima eredità solamente il bassista: Aston “Family Man” Barrett, che a questo punto mi chiedo come non si sia stufato di suonare le stesse cose da oltre trenta anni!?! Eh si! Perché il concerto dei The Wailers è al giorno d’oggi una celebrazione itinerante della carriera di Bob Marley. Pesanti le assenze di tutti gli altri componenti del gruppo: quanto meno tre anni fa giravano con Rita Marley e Junior Marvin alla chitarra. Sempre costretta nel paragone col passato anche la performance del nuovo lead singer, Gary Nesta Pine, che si vuole il front man migliore dopo Marley, ma a lui vicino solo nel nome e nei lunghi dreadlocks. Inutili i “balletti” e lo scuotimento dei dreads. Soprattutto la presenza scenica e vocale sono vincolate al passato. Purtroppo seppur bravo dovrà sempre convivere con il confronto: stesso male di cui si ritrovano a soffrire i figli del grande Bob che invece stanno imparando a distaccarsene ed a trovare una propria identità (vedi Damian Marley con il singolo "Jamrock") Purtroppo un purista non potrà mai apprezzare pienamente una performance dei The Wailers nella formazione odierna avendo nelle orecchie ciò che era quella originaria: le differenze sono palesi e troppo evidenti. Incolmabile il vuoto di Junior Marvin nelle chitarre di "Stir It Up" e nel solo di "No Woman No Cry". Anche la presenza scenica del resto del gruppo salta all’occhio: due coriste per quanto brave non saranno mai le I-Trees (Rita Marley, Judith Mowat e Marcia Griffiths). Esaurite le annotazioni da vecchio reazionario, mi ritrovo però a constatare con un sorriso che alla fine, le oltre due ore di concerto, tra le mie elucubrazioni e la feroce attenzione con cui studiavo la band, sono trascorse insolitamente veloci! Una scaletta lunga e completa, partita con brani datati dai primissimi The Wailers come "Put It On", "Small Axe", o "Natty Dread" per proseguire con "Lively Up Yourself", "Stir It Up", "Who The Cup Fit". Piccola pausa dai brani originali sul "Full Up Riddim" e poi si riparte: "I Shot The Sheriff", "Zion Train", "Slave Driver", "Kinky Reggae" e "Hit And Run", fino a giungere alla immancabile "No Woman No Cry" che come già scritto mi ha lasciato alquanto perplesso non solo per un solo scopiazzato a pezzi e bocconi ma anche per la scarsa resa totale, con le coriste che cantavano “Italian woman, no cry” (ma dài!!!!). Classica pausa e rientro, con una "One Love" a metà strada tra la ska version originale e quella successiva reggae, "Get Up Stand Up" e per concludere l’immancabile "Redemption Song" oramai strasentita. Ho sperato fino all’ultimo che non venisse eseguita ma invece anche in questo caso mi è toccato sentire il solito scimmiottamento di una canzone che, non essendo eccezionale di per sè, trova la sua dimensione speciale solo in chi la canta...
Articolo del
23/06/2005 -
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