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Gli Who, al pari dei Beatles e dei Rolling Stones, hanno rappresentato una generazione ed è singolare come questo elemento distintivo abbia accompagnato tutta la loro carriera, dagli esordi ad oggi, scortandone come un’ombra le alterne vicende. Gli Who nacquero nel lontano 1961 col nome di “The Detours”, che cambiarono non appena cominciarono ad acquistare notorietà e successo nell’ambito del panorama rock londinese. Si imposero come band eccentrica ed irruente. Alla originaria formazione composta dal cantante chitarrista Roger Daltrey, dal bassista John Entwistle e dal suo amico e compagno di scuola Pete Townshend, si aggiunse nel frattempo l’esuberante, incontrollato Keith Moon alla batteria, famoso per il vezzo di mandare letteralmente “in frantumi” lo strumento durante i concerti. L’abitudine ben presto coinvolse anche gli altri componenti del gruppo, vuoi per la carica di aggressività che trasmetteva vuoi per l’effetto spiazzante ed anticonformista che suscitava, ed in particolare se ne appropriò Pete Townshend, passato poi alla storia come lo “sfasciatore” per antonomasia di chitarre ancor prima di Jimi Hendrix. Insomma, la cosa divenne ben presto una prassi abituale nelle “performances” del gruppo. In realtà, proprio questa strana “abitudine” catturò l’attenzione della critica e dei fans, ancor prima che gli Who cominciassero ad incidere quei brani e quei dischi che li avrebbero resi “leggendari” di lì a poco. Il motivo di tale affermazione è presto detto: essi piacquero ai mods, la generazione di giovani inglesi riconoscibili per il look vivace ed anticonformista, il modo di pensare snob, lo stile di vita ruvido ed irrequieto, perennemente in lotta contro il mondo. I mods avevano generalmente radici operaie e viaggiavano a bordo di una inseparabile Lambretta bianca, con la quale sembravano percorrere l’esistenza in lungo e in largo, sciorinando ai quattro venti il proprio disagio e la propria rabbia interiore. Cosa che ne fece prima di tutto un movimento (mods sta per “modernists”) non soltanto una moda effimera. Il primo produttore degli Who, Pete Meaden, pensò dunque di associare le sorti del gruppo al movimento (propose persino di cambiarne il nome in “The High Numbers”, ma la proposta ebbe breve durata). Il risultato fu “My Generation”, un vero e proprio inno alla generazione dei mods. Colpisce in particolare la voce spezzata, dolorante di Roger Daltrey: un urlo ansiogeno che riprende tensioni, sentimenti e paure della gioventù di allora. “I hope I die before I get old”. E’ tra l’altro leggibile fra le righe un riferimento all’uso delle amfetamine, droghe di derivazione sintetica, dagli effetti devastanti sulla psiche, che gli Who consumarono massicciamente sulla scia di quella cultura dello “sballo”, peraltro discutibile, che così largamente ha influenzato la musica rock a partire dagli anni ’60 ad oggi. (continua)
Articolo del
09/07/2002 -
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