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Neapolis Festival, episodio nove concluso. E in un modo trionfale perché l’australiano Nick Cave ha convinto e entusiasmato tutti con circa due ore di rock ora tirato ora pianistico, ora nervoso e ora dolce, la giusta conclusione adrenalinica di un festival che ha mostrato di saper crescere ma anche di doversi migliorare ancora, soprattutto a livello di organizzazione e dialogo con i gruppi. Un ritardo costante di circa un’ora sia nella giornata di Giovedì che di Venerdì, una scarsa propensione a instaurare una comunicazione corretta ha fatto sì che gli Afterhours di Manuel Agnelli non si siano esibiti davanti ad un pubblico che li attendeva scalpitante, a causa di problemi riguardanti il presunto contratto non firmato e la presunta negazione di posticipare o comunque spostare il concerto sul palco maggiore. Anche il tour manager italiano dei Kasabian, che hanno chiuso la giornata del 7 verso le due e un quarto circa, si è lamentato del trattamento riservato al gruppo dagli organizzatori del festival, e forse per questo il gruppo inglese non ha concesso davvero nulla dopo il concerto: sono scomparsi subito nel bus e sono andati via. Al di là delle inevitabili macchie, che possono servire solo a migliorare il futuro di un festival che cresce sempre più, c’è da dire che i gruppi visti hanno dato il meglio, soprattutto quelli che si sono esibiti nel pomeriggio. Gruppi come i Nomeansno, i Karate, Piano Magic e LCD Soundsystem hanno dato prova di grossa internazionalità, in particolare il primo gruppo citato ha dato vita ad uno show adrenalinico al massimo fatto di rumore, distorsione e urla, nonostante non sia più un gruppo così giovane. La sera del 7 sono i Kraftwerk a dominare l’arena, con la loro musica elettronica e le animazioni grafiche essenziali e futuristiche: pezzi come “Radioactivity” e “Numbers” sono esemplificativi dell’atmosfera che si respira, un ambiente asettico e dominato da un’angoscia per un futuro che ingloba sempre di più, questo è stato lo splendido concerto del gruppo tedesco, che ha indossato nel finale le tute radioattive (come si consueto d’altra parte). I Kasabian hanno chiuso la giornata con un’ora di rock inglese, molto tirato e diverso da quello che si sente su disco, una piacevole conferma del successo e della crescita che stanno avendo questi ragazzotti inglesi: sono andati per la maggiore i pezzi del disco omonimo di esordio ma c’è stato comunque qualche episodio inedito o quasi. Fine prima parte e tutti contenti, tranne i fan degli After. Il giorno successivo, dopo gli ottimi interventi dei gruppi del pomeriggio, è la volta dei Marlene Kuntz di Cristiano Godano e, complice un’acustica messa a punto alla perfezione, lo spettacolo è esaltante: un post rock decadente e sognante che è la migliore preparazione a livello emotivo (contemporaneamente a Tom McRae che si esibisce nell’arena) a quello che ci sarà dopo nell’arena flegrea: è il momento di Tori Amos. La cantautrice, reduce dal successo del recente “Beekeeper”, si presenta da sola con un piano e un organo hammond e dà vita ad un’ora e mezza di intensa musica, tra successi vecchi e incursioni meno recenti, compresa una toccante versione di “Purple Rain” di Prince. Una voce bellissima, che arriva limpida e pulita al pubblico sulle note di un pianoforte che volge il proprio sguardo verso dentro, verso l’anima. Un momento catartico che contrasta con il successivo, quello dell’ingresso in scena verso le 23 di Nick Cave, accompagnato per l’occasione dal violino di Warren Ellis e dalla sezione ritmica dei Bad Seeds. Show adrenalinico, piano suonato con grazia e violenza e il rocker australiano che non si risparmia e instaura da subito un legame caldo con il pubblico; i pezzi presentati provengono dal recente doppio disco “Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus”, e la scaletta prevede momenti più sereni e altri di puro delirio post rock, guidati come sempre dal suo pianoforte e da un forte contributo del violino elettrico. Verso l’una lo show finisce, ma nel metropolitan stage c’è il dj set: poco importa, il pubblico era presente per altri motivi ed è stato ampiamente ripagato (e poco importa se non ci sono stati gli annunciati duetti tra Tori e Nick). Il Neapolis finisce tra conferme e piccole delusioni, mentre si vocifera già qualche grosso nome per l’anno prossimo: i Depeche Mode. Ma questa è un’altra storia.
Articolo del
12/07/2005 -
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