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Eravamo i classici quattro gatti, venerdì scorso allo Zoobar, ad assistere alla prima romana dei National, una delle più promettenti band di questi primi mesi del 2005 grazie alla loro terza brillante prova su lunga distanza “Alligator”. Chiaro che The National non sono gli U2, e che la diserzione è dovuta anche all’abbondante offerta di occasioni di “entertainment” a basso prezzo che Roma offre in questo periodo dell’anno, e comunque, nel suo piccolo, si tratta di un mini-scandalo, perché chi non c’era qualcosina se l’è persa, sapendo peraltro di perdersela. Sono una strana band, i National, composta da cinque tali originari dell’Ohio ma trasferitisi a Brooklyn, New York, e non più giovanissimi (il leader Matt Berninger va per i trentacinque). Quando salgono sul palco poco prima della mezzanotte è evidente che hanno qualche problemino sul piano dell’immagine - un po’ dimessa, da fuori corso universitari fuori sede - anche se dopo un po’ l’occhio arriva a focalizzarsi sui due fratelli Dessner, chitarristi eternamente sorridenti e pressochè identici, e, soprattutto, sul lungagnone Berninger, cantante intensissimo e soggetto ad improvvisi raptus di follia da palco. Dopo aver dato il “la” ai procedimenti con un pezzo che non conosciamo intitolato “Driver” o qualcosa del genere, i National danno fondo, come previsto, al già mitico “Alligator”, iniziando da “Lit Up” - brano ancorato nel filone “americana” e dal ritornello esplosivo, che non dispiacerebbe ai fans dei R.E.M. – seguito dal più anglofilo “Baby We’ll Be Fine”: come dire, gli Interpol per persone più mature e/o sensibili, con un chorus (“I’m So Sorry For Everything”) che Berninger e le poche voci del pubblico cantano a squarciagola e che si vorrebbe non finisse mai. Dopo la lenta e controllata “Geese Of Beverly Road”, accompagnata dal violino di uno dei Devendorf (l’altra coppia di fratelli della band), i National si staccano per una decina di minuti da “Alligator”, per eseguire “Cherry Tree” – bellissima e quasi alla Tom Waits del periodo Elektra – e “Wasp Nest” tratte dall’E.P. omonimo di un paio d’anni fa che li lanciò. Poi però si ritorna, giustamente, al disco del coccodrillo: con “All The Wine”, molto “americana” se non fosse per quella costante presenza di chitarre in stile “Inghilterra primi anni ’80” - per non dire alla The Edge - e con “Secret Meeting”, il brano che apre l’album, dal riff iniziale subito riconoscibile. Il buon Berninger la canta come se si trattasse del concerto più importante della sua vita – noi dubitiamo seriamente che lo sia – e si fa apprezzare per questo; ed è un vero peccato che la scadente acustica dello Zoobar non offra un buon servigio alle sfumature ed alla ricchezza di idee di cui è composto il rock anglofilo della sua band. Arriva un brano dal precedente “Sad Songs For Dirty Lovers” (titolo che dice tutto sulla poetica insita nei testi di Berninger), “Murder Me Rachel”, poi la gig dei National giunge verso il suo apice, anche perché il pubblico e Berninger stesso hanno cominciato a scaldarsi: la mid-tempo “Daughters Of The Soho Riots”, dondolante e toccante come poche canzoni della presente annata; la travolgente “Abel”, che ancor più che sul disco ci ha ricordato la “The Queen Is Dead” di smithsiana memoria, e che vede Berninger scatenato scendere dal palco per gettarsi a cantare in mezzo al pubblico; e, dopo aver preso fiato con “Val Jester” – canzone che non ci ha convinto nemmeno stasera: perche allora non fare “Friend Of Mine” o “City Middle” che sono di qualità assai più elevata? – si finisce gridando indemoniati insieme a Berninger “I Won’t Fuck Us Over – I’m Mr. November” per la conclusiva “Mr. November”, forse in assoluto il brano più noto e più rockeggiante del repertorio dei National. Finisce così un concerto onesto, di gente sobria e che bada alla sostanza. Di ragazzi un po’ cresciuti che magari non si fanno vedere a braccetto con Kate Moss e non indossano quei cravattini anni ’80 che fanno tanto chic, ma che riescono a scrivere, e proporre, cose come “Abel” e “Daughters Of The Soho Riots” che tante altre bands (molto) più pompate si possono solo sognare. E’ probabile che i National non facciano mai il botto che hanno fatto i (peraltro da noi stimati) concittadini Interpol: le loro canzoni possiedono troppe sfumature, troppe raffinate idee melodiche inserite qua e là, e liriche poeticamente complesse che l’ascoltatore medio può avere problemi a decrittare. E’ altrettanto probabile però che, date le premesse, in futuro riescano a produrre un disco anche superiore al già convincente “Alligator”: in tal caso non perdeteveli, la prossima volta che ricapiteranno da queste parti.
Articolo del
15/07/2005 -
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