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Ormai giunto alla sua IV edizione, il Festival Jazz di Ronciglione, splendida località alle porte di Roma, cui fa da sfondo l’incantevole cornice dei Monti Cimini e del lago di Vico, è da considerarsi una manifestazione ormai matura, collaudata e non priva di una certa originalità sia dal punto di vista dell’offerta musicale che dal punto di vista dell’allestimento e dell’immagine promozionale, merito anche dell’impegno tenace e lungimirante degli organizzatori, primo fra tutti il coordinatore e patron artistico Michel Rosciglione. Anzi, direi, considerata soprattutto l’offerta musicale, non si potrebbe nemmeno più parlare, a mio avviso, di una sorta di Umbria Jazz in scala minore, quanto piuttosto di una manifestazione di livello nazionale il cui prestigio è andato via via crescendo nel corso degli anni, fino a coinvolgere musicisti del calibro di Steve Grossman, Blues Willies ed Archie Shepp. Articolato in diversi luoghi della Comunità Montana dei Cimini, da Vetralla a Soriano a Caprarola, il festival offre dunque diverse occasioni di svago, di partecipazione ad eventi, jam session, incontri e tavole rotonde. Tutti momenti che potremmo definire di studio ed approfondimento, innanzitutto il seminario di teoria e pratica del jazz diretto dal pianista Massimo Faraò nell’affascinante contesto dei giardini di Villa Lina, intitolato appunto “We Love Jazz”. Ed è proprio da questo seminario che escono i giovani talent scout che in prima serata, a partire dalle 21.30, danno vita ad una interessante performance di standard ed improvvisazioni, in attesa dell’arrivo di Archie Shepp, frutto di un affiatamento che potremmo definire davvero stupefacente se si considera che questi musicisti si sono “appena conosciuti” soltanto qualche ora prima, durante le lezioni. Non posso fare a meno ci citarli per incoraggiarli a proseguire lungo questo cammino entusiasmante e ricco di soddisfazioni: Maria Riammetti al sax alto, Iris Offringa alla voce, Roberto Rega al sax alto, Francesco Desiato al flauto e sax baritono ed altri ancora per quanto concerne la sezione ritmica. Ed ecco, verso le 22.00 circa, sale sul palco, gran cappello a falde, abito chiaro ed elegante, andatura dinoccolata e sguardo sornione, uno dei grandi della storia del Jazz. Lo accompagnano al piano Massimo Faraò, al contrabbasso lo stesso Michel Rosciglione ed alla batteria Bobo Facchinetti, tutti nomi peraltro ben noti nell’ambito della scena jazz italiana e che insieme danno vita ad una band davvero interessante per preparazione tecnica, spirito professionale e pregi personali (il "Massimo Faraò Trio"). Ora v’è da dire che Archie Shepp ha apparentemente dismesso certe asperità, certi toni provocatori tipici della musica protestataria degli anni 60/70, nata negli ambienti intellettualmente più impegnati e radicali del movimento dei neri d’America e sfociata quindi nella grande esperienza musicale del “Free Jazz” o “Avant-Garde Jazz”. Dico apparentemente, perché all’indignazione urlata, alla modulazione rabbiosa e straripante del sax tenore, al ritmo forsennato, spezzato da singhiozzi acuti, esacerbati, alla violenza dei toni, alla corpulenza timbrica e sonora, che sembrava prender di petto gli ascoltatori e trascinarli nel bel mezzo di una rivolta in atto, nello squallore dei ghetti, delle rivendicazioni razziali, dello scontro fisico e ideologico, alla polemica dura ed arrogante che non conosce compromessi è subentrata nel frattempo una maggiore pacatezza, un maggiore autocontrollo, acquisito, certo, sul campo dell’esperienza umana: una saggezza ottenuta a forza di rinunce, sconfitte, ripensamenti, acquisizioni, lotte e realizzazioni, tuttavia “consapevole”. Viene da chiedersi se il personaggio che abbiamo di fronte sia veramente l’Archie Shepp incontenibile e spiritato di album storici come "The Magic of Juju", "Fire Music" o "Freedom", per citarne alcuni, o se sia al contrario un’altra persona, un musicista completamente rinnovato nello stile e nella poetica. In realtà, l’impressione che ne ricevo osservandolo più a fondo, con occhio indagatore e smaliziato, è che Archie Shepp abbia soltanto cambiato abito e modi, ma non le coordinate di fondo del suo linguaggio: la rabbia è diventata ironia, sottile sarcasmo, come quando, dopo essersi esibito in uno splendido blues al sax tenore, si inchina burbero e sorridente verso il pubblico chiedendo un applauso d’incoraggiamento (ed il pubblico divertito glielo concede). Mirabile tra l’altro il contrappunto pianistico di Massimo Faraò che sembra aver assimilato ad arte la lezione di Thelonoius Monk, abbandonando piuttosto certe schematizzazioni sonore decisamente atonali ed iconoclastiche di chiara matrice Tayloriana. Tutto il resto viene da sé, la musica fluisce con compattezza, equilibrio, armonia e la band riesce a sfruttare ogni minima occasione per dar prova delle proprie qualità, davvero eccellenti. Ma ritornando ad Archie Shepp, dicevo, l’incedere dinoccolato sul palco, la voce che sembra a volte diventare languida, persino sentimentale (perché Archie Shepp, bisogna dirlo, è anche un grande cantante, la cui originalità ha ben pochi riscontri nell’ambito del jazz), così inframmezzata com’è da un sassofono che di fatto sembra “contenersi per non dirla troppo grossa”, è in realtà l’ennesimo trucco di chi ha visto fin troppe cose e maturato fin troppa esperienza per permettersi di tacere, soltanto che alla denuncia ora predilige il sorriso, l’inchino, allo scontro la tranquillità di chi, conscio della propria autorevolezza, è sceso, con la valigia degli strumenti sotto il braccio, a far compere in città, l’abito nuovo e il largo cappello a falde calcato sulla fronte, a mo’ di visiera, oserei dire di sberleffo, tuttavia uno sberleffo amico, solidale, perché quello che si può esprimere attraverso il “linguaggio politico” è altrettanto esprimibile attraverso le “ragioni del cuore”, del sentimento. Non avrei mai potuto immaginare che sentire Archie Shepp cantare “Tomorrow will be another day” potesse essere addirittura un’esperienza commovente. Ma sono altri tempi, tutto evolve, tutto si adatta a nuove forme, nuovi compiti, nuove prospettive: anche la lotta per i diritti civili e sociali può assumere un diverso aspetto, oggi, all’indomani dell’11 settembre. Può diventare la voce malinconica di un addio o semplicemente quella di un pianto trattenuto, impotente, di un sassofono che in ogni caso non ha perso né la grinta né la sua corposa statura, ma mettendo per un attimo da parte la rabbia, e direi forse persino il sarcasmo, semplicemente guarda disincantato oltre le “umane miserie”, contro cui la musica, la “grande musica”, dopo tutto, non può che offrire se non un momentaneo sollievo.
MONOGRAFIE: Archie Shepp e Roswell Budd Quartet live @ Auditorium Parco della Musica - Roma, 17 novembre 2004
Articolo del
26/07/2005 -
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