|
Ancor oggi Shorter è in grado di regalarci musica di altissima qualità, densa di suggestioni molteplici. Iniziata la propria carriera all’ombra del raffinato pianista Horace Silver, chiamato successivamente a collaborare con jazzisti del calibro di Maynard Ferguson e Art Blakey, approda negli anni ‘60 alla corte del più grande jazzista di tutti i tempi: il “divino” Miles Davis. Davis seppe incoraggiarne in particolare il talento compositivo e la delicata vena espressiva. Lo inserì all’interno di un quintetto composto, tra gli altri, da Herbie Hancock, Tony Williams e Ron Carter. Furono anni di profonde innovazioni musicali. Davis iniziò a percorrere strade che lo allontanarono sempre più dal be bop, per avvicinarlo al jazz-rock e all’esperienza di una musica radicalmente trasformata, in bilico fra radici africane e sperimentazione. In tale contesto Shorter giocò un ruolo di primissimo piano. La sua particolare propensione a concettualizzare le intuizioni musicali, agganciandole a schemi complessi, ne fece in un certo senso il “teorico” del gruppo. Le sue composizioni ispirarono tanto il ritmo quanto l’economia generale delle improvvisazioni e sul tutto vegliò indiscusso il genio e l’oculata supervisione di Miles Davis. Nondimeno Shorter coltivò interessanti progetti solistici, in veste di leader. L’influsso di sassofonisti quali Coleman Hawkins, Lester Young, Charlie Parker e soprattutto John Coltrane, del quale egli fu amico ed ammiratore, andò via via affievolendosi, per dar vita ad una personalissima interpretazione della melodia e del ritmo, all’interno della quale il confine fra complessità e lirismo, improvvisazione e tessitura si fece sempre più labile. Era come se il musicista riuscisse a “comporre improvvisando” e viceversa. Questa caratteristica, che fu condivisa dallo stesso Miles Davis e da altri nomi illustri della sua scuola, lo allontanò di fatto dalla tentazione del free jazz, così in voga all’epoca nell’ambito della cosiddetta “avanguardia”. Il suo concetto di improvvisazione non poteva infatti coincidere con quello di free jazz, caotico, irruento, atonale e completamente destrutturato. Shorter è prima di tutto un compositore, uno che ama modellare le proprie idee con accuratezza e pregio stilistico. L’armonia delle sue composizioni deriva infatti da quello che alcuni critici hanno definito un “sapiente mix di imbastiture lineari e verticali, di melodia e ritmi dilatati”. Egli concepisce l’improvvisazione come un manifestazione di equilibrio. “Dire molto con poche note”; scegliere il fraseggio adeguato con meditata maestria. Shorter sa essere melodico ed espressivo ad un tempo. Tiene il ritmo con cadenza metodica; crea pause improvvise sulle quali poi intesse (espandendolo) il ricamo, la “voce” unica del suo sassofono. Appartengono al periodo ottimi lavori solistici come lo splendido ed elegante “Speak No Evil” e “Native Dancer”, entrambi prodotti per la Blue Note. Firma inoltre delle composizioni di particolare interesse storico: E.S.P. e Nefertiti, tratte dagli omonimi albums di Miles Davis. Inizia così la sperimentazione del “rock jazz” e della strumentazione elettrica al posto - o in sostituzione - di quella tradizionale acustica. L’incontro con Joe Zawinul e Miroslav Vitous è ormai vicino. Il tempo di incidere Super Nova, Moto Grosso Feio e Odyssey, opere non eccezionali, ma dense di stimoli creativi, ed ecco nascono nel 1971 i Weather Report, il gruppo più importante in assoluto della storia del rock jazz. I Weather Report hanno segnato un’epoca, hanno imposto uno stile, un sound inconfondibile (di cui il sassofono di Wayne Shorter è parte essenziale ed imprescindibile). Sono loro, ancor più di Miles Davis e della Mahavishnu Orchestra gli indiscussi sovrani ed ispiratori del rock jazz. Nel corso di una decade, dopo aver prodotto circa 15 albums, di cui alcuni entrati annali del jazz (Weather Report, I Sing The Body Electric, Misterious Traveller, Eavy Weather, ecc.) nel 1985 i Weather Report si sciolgono. E’ la fine di un “sogno” che ha saputo regalarci momenti di esuberante lirismo e creatività, al pari di un dipinto dai toni caldi ed evanescenti, liquidi e tuttavia ariosi. Hanno saputo indicarci la via del ritmo, dell’escursione sonora, del fraseggio epico, del viaggio interiore alla scoperta di un mondo costituito di popoli, razze e religioni, anticipando in tale prospettiva l’odierna “world music”. Non per questo Wayne Shorter ha cessato la propria attività e si è ritirato a vita privata. Con meritevole costanza e spirito infaticabile, continua ancor oggi a seminare nel mondo i frutti del proprio lavoro, della sua passione jazzistica e di un’ispirazione continuamente in fermento. Album come Atlantis e Pahntom Navigator sono lì a testimoniare uno stile inconfondibile e una mente che non si adagia sugli allori, bensì continua a ricercare sempre nuovi orizzonti. Gli innumerevoli concerti in giro per il mondo, le proficue collaborazioni musicali, la storia e l’alone di leggenda che gravitano intorno al suo nome ci invitano ad andarlo a vedere, a spendere un po’ del nostro tempo e del nostro denaro per ricreare un’emozione unica ed irripetibile come lo sono stati un tempo i Weather Report, come lo è ancor oggi un musicista dalle doti inesauribili.
Articolo del
17/07/2002 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|