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Brian Wilson viene – finalmente – a Roma con la sua band. E’ uno di quei concerti che, come raramente ci capita, attendevamo da tempo con un fortissimo senso di anticipazione e aspettative contrastanti. Adoriamo i Beach Boys, nella convinzione che le loro canzoni abbiano reso la nostra vita migliore, o meno miserabile (e come cantava Morrissey: “Don't forget the songs that made you cry and the songs that saved your life". Mai) E di conseguenza nutriamo un forte affetto – a tratti inspiegabile – per Wilson che ne fu il leader e principale compositore, e oggi è un ultrasessantenne oltremodo goffo e fragile, a causa di una vita che, oltre ai trionfi di palco, è stata da un punto di vista psichico/psichiatrico parecchio difficile.
Immagini, sensazioni di un’esibizione "a long time coming". Alcune anche negative. Non ci è piaciuto, per esempio, come ha risposto il pubblico romano al richiamo di Brian. Il sold-out da noi pronosticato non si è verificato; al contrario, c’erano molti (troppi) spazi vuoti. Colpa dell’elevato prezzo dei biglietti, o mera ignoranza degli autoctoni sulla rilevanza non dico musicale ma storica dell’ex-Beach Boy? Vallo a capire. Ma forse la colpa è solamente degli U2 che il giorno dopo, al medesimo prezzo di Wilson, avrebbero riempito come un uovo lo Stadio Olimpico. Non ci è piaciuta granchè neanche la prima parte del concerto (a parte l’iniziale dilagante “I Get Around”). Non tenendo fede alla premessa pubblicitaria dell’evento (“Brian Wilson presents SMiLE”), il grande vecchio del pop californiano deve aver pensato di trovarsi di fronte un pubblico “non ancora pronto” e si è prodigato in una mezz’ora di surf, doo-wop e rock’n’roll che a tratti ci ha dato l’impressione di trovarci ad una sorta di “Voglia matta degli anni ‘60”. Nel corso di questa mezz’ora abbondante, classici indiscutibili (“In My Room”, “Don’t Worry Baby”, “California Girls”, “Do You Wanna Dance”) si sono alternati con momenti decisamente “passè (“When I Grow Up”, “Surfer Girl”, “Then I Kissed Her”) ed altri che avremmo preferito evitare di (ri)ascoltare, in particolare “Marcella”, uno dei pezzi più pacchiani che i Beach Boys abbiano mai inciso, e il brano - ancora inedito – che Wilson sta incidendo per il suo album natalizio di fine anno, una cosa alla “Jingle Bells” o giù di lì. Altra cosa che non ci è piaciuta affatto è la location del concerto, la cosiddetta “cavea” dell’Auditorium in cui è previsto che ognuno abbia il suo bel posto numerato e da lì non si sposti. Ma come – c’è Brian Wilson sul palco e sta suonando “Do You Wanna Dance” e noi dobbiamo restare semi-imbalsati incollati al nostro seggiolino e al massimo battere le mani? Demenziale. Ultima cosa che poi non ci è piaciuta tanto è una certa composizione del pubblico, con tanti cinquanta-sessantenni che sembravamo usciti da un film dei Vanzina o, ancor peggio, di Christian De Sica. C’erano anche diverse eccezioni, però, e molti malati di Brian, compreso un tizio venuto da solo con il binocolo che non la smetteva di guardare Wilson e sorridere come un bambino a cui è stato appena regalato un giocattolo nuovo.
Fine delle lagnanze, e via alle cose che ci sono piaciute. Ci è piaciuta, e assai, la seconda parte del concerto, quando Wilson - che fino a quel punto si era limitato a qualche insistito, imbarazzato, “thank you, thank you so much for coming”, ha detto “adesso faremo qualche canzone tratta da un album chiamato “Pet Sounds””. La band si è lanciata prima in “Sloop John B” e poi in “Wouldn’t It Be Nice” e da quel punto in poi non c’è più stata storia. Sì, perché un’altra cosa che ci è piaciuta è stata la forma vocale di Wilson – al livello di come la si sente su “SMiLE” e totalmente priva delle incertezze avute, ad esempio, al Live 8 – e la performance complessiva della sua band, composta da musicisti tecnicamente mostruosi tra cui spiccano il tastierista / xylophonista / polistrumentista Darian Sahanaja (l’arrangiatore, colui che tiene in piedi tutta la baracca), il chitarrista giovialone Jeff Foskett e la corista sexy e californiana Taylor Mills. Insomma, alla fine della fiera, “Wouldn’t It Be Nice”, un’esecuzione potente e da lasciare senza fiato. Meglio di come la ricordavamo sul disco, ma in fondo è questo il motivo per cui andiamo ai concerti, o no? Da “Pet Sounds” Wilson ha fatto anche “God Only Knows” (“una canzone che era piaciuta molto a Paul McCartney”), “Caroline No” e una fantasiosa escursione per lo strumentale che dà il titolo al disco. Poi è stata anche la volta – alla fin fine – di “SMiLE”, altro apice della serata, purtroppo con soli due pezzi, “Heroes And Villains” (preceduto come sull’album da “Our prayer/Gee” cantata perfettamente a cappella dalla band) e la superlativa “Good Vibrations”, uno dei due-tre pezzi che se la batte per il titolo di migliore degli anni sessanta. Esecuzione eccelsa, Brian in forma che inizia a divertirsi e pubblico che finalmente si scalda e timidamente si alzicchia dai seggiolini.
Ci vuole il bis per creare il necessario pandemonio, quello che avremmo voluto vedere fin dall’iniziale “I Get Around”. Contribuiamo anche noi al caos; conoscendo come vanno vanno queste cose, scendiamo a dirotto la scalinata che porta dalla cavea superiore – dov’eravamo fino ad allora relegati – alla cavea inferiore e schivando la security ci portiamo davanti al palco, sempre più vicino al centro, proprio mentre Wilson, Sahanaja e gli altri sono tornati acclamati dal pubblico ormai tutto in piedi e stanno reimbracciando gli strumenti (Brian no, non imbraccia niente lui, è fermo davanti a una tastiera che finge di suonare per tutto il tempo). Fanno “Johnny B. Goode” e pazienza se è il primo brano non di Wilson di tutta la serata, finalmente ballano tutti come dervisci. Dire che il bis ci è piaciuto è un eufemismo, siamo stati travolti anche noi come - crediamo – tutto il resto del pubblico, dal “californian sound” dei Beach Boys di Brian Wilson, assaporato per la prima volta dal vivo con un sound cristallino e a pochi metri dal suo autore. In quei dieci, quindici minuti – uno o due bis? E chi se lo ricorda – abbiamo sentito “Fun Fun Fun”, e poi anche “Surfin’ USA”, ove Wilson si alza finalmente in piedi e imbraccia il basso come ai vecchi tempi. E arriva il momento magico, tutti a intonare a cappella “Bar-Bar-Bar-Bar-Bar-Barbara Ann” - ci sembra di avere quattordici anni e non siamo al bulgaro Auditorium ma “at the hop” – come il titolo di una canzone di quel periodo – e Brian Wilson non è un signore con problemi psichici malfermo sulle gambe ma un ragazzotto sovrappeso in procinto di diventare uno dei più leggendari songwriters di tutti i tempi. Immagini, sensazioni; ma, credeteci, sentire “Barbara Ann” con Brian Wilson che vocalizza a un paio di metri da te possiede un che di - come dire - esoterico. Se ne vanno, ma il pubblico insiste per avere un ulteriore bis. E Brian lo accontenta. Col resto della band che si fa da parte, si mette al piano da solo, e finalmente lo suona. E canta.
“I was sittin' in a crummy movie with my hands on my chin Oh the violence that occurs seems like we never win Love and mercy that's what you need tonight So, love and mercy to you and your friends tonight I was lyin' in my room and the news came on T.V. A lotta people out there hurtin' and it really scares me Love and mercy that's what you need tonight So, love and mercy to you and your friends tonight I was standin' in a bar and watchin' all the people there Oh the lonliness in this world well it's just not fair Hey love and mercy that's what you need tonight So, love and mercy to you and your friends tonight Love and mercy that's what you need tonight Love and mercy tonight Love and mercy”
E se ne va.
Articolo del
27/07/2005 -
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