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Quando ci si rivolge ad un evento, a qualsiasi espressione artistica faccia esso riferimento, bisogna tenere sempre in mente un paio di dimensioni fondamentali: quali obiettivi quell’evento si prefigga e, di conseguenza, quali strategie sia necessario mettere in campo per coglierli. Il Live8 di Bob Geldof – saltando a spron battuto ogni sterile polemica sull’ideologo e i suoi sodali, ma guardando all’iniziativa in sé stessa, all’intentio operis – doveva mettere in campo un flusso più ricco possibile di personaggi estratti dal mainstream mondiale (alcuni decisamente da baraccone, altri dignitosi, altri storiche ma stantie pietre miliari) per raccogliere l’attenzione di una quantità enorme di persone. Punzecchiare quell’opinione pubblica mondiale che ancora tutti - con Jürgen Habermas - ci domandiamo se possa davvero nascere e farsi sentire, in modo da poter ottenere il difficile risultato di far vibrare in aria un metaforico e mastodontico dito indice che, alla vigilia del G8 scozzese, stesse a significare: “Voi potenti che vi riunite, attenti a quel che decidete. Dateci, per una volta, ascolto”. Questo bisognava fare e questo è stato fatto. Al netto, è chiaro, delle disquisizioni – ma lasciamole ai teorici post-marxisti, quelle – sui numerosi e ficcanti “se”: se eventi di questo tipo siano utili, se sfocino in un qualche risultato tangibile e così via. Aria fritta. Iniziative di questo tipo superano ogni tipo di riserva teorica. E superano – questo l’aspetto che più mi interessa - anche la ragione musicale. Cioè: l’obiettivo non è stato quello di mettere in piedi un concerto di qualità – prescindendo dalla partecipazione. E’ invece stato quello di mettere in piedi un concerto di massa. Che poi, in Italia, la necessità di cogliere questa seconda variante abbia prodotto un cast da sagra paesana, casereccio, da Festivalbar (che, per inciso, è l’evento di massa più gettonato da trent’anni) o chissà cos’altro, certo non è da imputarsi al progetto stesso del Live8. Casomai al mainstream nostrano che ormai naviga in acque putride – anche se i giudizi tagliagola su tutto e tutti, francamente, mi lasciano un po’ distante. Ma lì era lo snodo: al Live8 serviva Jovanotti, non gli Zu. Serviva Max Pezzali, non i Fujiko. La gente non avrebbe saputo che farsene degli One dimensional man ed avrebbe riservato sonori sfottò ai Non voglio che Clara. Il problema non è stato nel cast presentato: quella era l’unica lista di artisti che, scrutando il nostrano orizzonte musicale, è stato possibile mettere in piedi – al netto di Vasco Rossi, che ha dimostrato per l’ennesima volta di essere egli stesso, in realtà, l’incarnazione più profonda di un’industria musicale che mira alle masse, ma le esige anche vuote, demotivate, accartocciate su sé stesse e pronte ad adorare aliti alcolici. Serviva – ed è servito, nonostante un’adesione, a Roma, al di sotto delle aspettative – un cast che privilegiasse le masse. Come ogni forma di cultura popolare, ormai. Che è industria, fra l’altro. E allora perché proprio dal Live8 aspettarsi una sterzata verso un cast più rischioso? Assurdo. Come attendersi – e questa la rubo – che l’ex ministro Sirchia si metta a distribuire sigari cubani fuori da una tabaccheria. Ecco perché le critiche macellaie e disfattiste, arrivate a fiumi nelle settimane successive, non sono comprensibili, per uno spettacolo come il Live8: hanno analizzato e commentato l’evento inforcando un paio d’occhiali inadeguato all’operazione. Quelli degli indie-lovers, quelli dei tanto-non-serve-a-niente, quello dei io-vado-a-vedere-gli-a-toys-orchestra. Quello, più semplicemente, di chi è ormai stufo, ed io con loro, della stucchevole carta a fiori con cui viene confezionato il mainstream italiota (ed idiota) e non ne sopporta l’esibizione e l’ostentazione. Ovunque essa avvenga. Prospettive, però, aliene e scorrette per l’analisi di un evento del genere. Paraocchi lancinanti per un critico musicale, che così come sa valutare un disco, sia esso stoner o pop, penetrando le peculiarità del genere, deve anche saper contestualizzare gli eventi live cui riserva le proprie stoccate polemiche. Sta qui l’errore fondamentale che ha rovinato i sonni di tanti giovani critici nostrani. Che poi in Italia non ci fossero, sul palco, i Coldplay, i Rem o l’impeccabile Annie Lennox non sta certo fra le colpe dell’evento in sé, di chi lo ha ideato o di chi vi ha partecipato. Sta, più semplicemente, in una triste, sconfortante ma effettiva realtà: in Italia non disponiamo di equivalenti – sul piano della personalità, della produzione, del carisma – dei Coldplay, dei Rem o di una Annie Lennox. E chi ha deciso di restare fuori dal Live8 romano ha avuto un solo lucido merito: ha compreso in anticipo la propria insignificanza di fronte a mostri del genere.
MONOGRAFIE: Il Live 8 visto @ TV facendo un frenetico zapping
MONOGRAFIE: Una seconda opinione sul Live 8 visto @ TV
Articolo del
08/08/2005 -
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