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Dimentichiamoci quel ragazzo dall’espressione timida e imbarazzata che, nel 2000, ha guidato un gruppo di imberbi studenti dello University College di Londra ad un esordio col botto (5 milioni di copie vendute). Dimentichiamoci il frontman che, due anni dopo, ad Assago, in un Filaforum elettrizzato raramente alzava lo sguardo e si guardava bene dal rivolgere incitazioni alla folla. Chris Martin è oggi un maturo 28enne, perfettamente consapevole del proprio status di artista di fama mondiale e socialmente impegnata (ormai immancabile il segno uguale timbrato sul dorso della mano, a simboleggiare l’appoggio al commercio equo e solidale) e lo scorso 11 luglio, all’Arena di Verona, è stato lui il mattatore della serata in cui i Coldplay hanno presentato dal vivo il nuovo cd “X & Y”. L’evento era atteso con una certa trepidazione. Da un lato c’era la curiosità di verificare lo stato di forma di una delle poche band formatasi nell’ultimo decennio capace di mobilitare folle cospicue e dall’altro molti si chiedevano quale sarebbe stata la loro resa all’interno di uno spazio peculiare quale l’anfiteatro scaligero, definito dallo stesso Martin, in italiano, “un posto così meraviglioso e pieno di storia”. A giudicare dalla reazione dei presenti, la performance non ha deluso. Alcuni dei 15.000 accorsi, d’altro canto, avevano già manifestato il proprio entusiasmo prima dell’afflusso nell’Arena, peraltro avvenuto ordinatamente. Nel pomeriggio, infatti, si era diffusa la voce che i quattro stessero beatamente scorrazzando in giro per la città e in pochi secondi si è scatenata una caccia all’uomo che ha costretto la band a rifugiarsi immediatamente laddove, di lì a poco, si sarebbero esibiti. Non tutta la band, in realtà: se è vero che Jon Bucland, Will Champion e Guy Berryman hanno cercato un po’ di relax passeggiando tra le vie del centro di Verona, Chris Martin ha trascorso le ore precedenti il concerto facendo jogging sulle gradinate e affinando ulteriormente la forma atletica di cui ha fatto sfoggio saltellando e scalpitando in occasione di alcuni brani. Il primo ad essere intonato è stato “Square One”: poco dopo le 22, il cantante dei Coldplay si è incurvato nella sua classica postura e ha attaccato una roboante esecuzione di quello che, guarda caso, è anche l’inizio di “X & Y”. Lo spettacolo, in realtà, era già decollato un’ora e mezza prima, grazie ad un convincente Richard Ashcroft che, chitarra in spalla e affiancato da un pianista, ha inanellato i classici dei Verve (tra le quali “Sonnet”, Lucky Man” e la finale, acclamata “Bittersweet Symphony”) e alcuni pezzi pubblicati in veste di solista, tra i quali un omaggio all’ex leader dei Beach Boys, Brian Wilson, con il quale nell’album “Human Condition” ha condiviso le fatiche di “Nature Is The Law”. Jeans, giacca di pelle e occhiali da sole (quel sole che nel primo pomeriggio aveva momentaneamente lasciato posto ad un acquazzone), Ashcroft ha brillato soprattutto in virtù della sua invidiabile voce, mentre è stato penalizzato dalla scarna messinscena – le sue canzoni splendono quando sono supportate dai dovuti rinforzi orchestrali – e da qualche distrazione cui si è lasciato andare (ad un certo punto è pure caduto un microfono). Salito sul palco, Martin, da vero gentleman, lo ha salutato e ne ha elogiato il talento (sempre in italiano). Sfilate via le note di “Square One”, il concerto si è sviluppato in tre parti. La prima ha dato ampio sfogo alla vena rock dei Coldplay e, passando per “Politik” e “Yellow”, ha trovato uno sbocco ideale in “God Put A Smile Upon Your Face”, che ha messo in luce la notevole crescita di Jon Buckland già emersa dalle incisioni di “X & Y”. La seconda è stata costituita da un intermezzo semiacustico che il gruppo ha interpretato non sul palco principale, ma sullo striminzito pavimento antistante le prime file di pubblico. Sono stati proposti “Don’t Panic” e “’Til Kingdom Come”, due dei momenti più azzeccati dello show a dimostrazione del fatto che se il terzo cd ha rappresentato un calo rispetto a “Parachutes” e “A Rush Of Blood To The Head”, la via di un suono più asciutto ed essenziale potrebbe essere quella del riscatto. Inutile sottolineare che gli spettatori, per immortalare da vicino i quattro, si sono precipitati a ridosso della transenna con le loro macchinette fotografiche e i cellulari. E proprio i cellulari sono stati protagonisti allorché Martin, apprestandosi a lanciare “Talk”, ha chiesto al pubblico di seguire il pezzo facendo roteare e illuminare i telefonini. E’ la terza parte del concerto, quella più morbida e conforme al marchio Coldplay. Il visibilio che l’accompagna culmina negli applausi tributati al terzetto che chiude la serata: “What If”, “In My Place”, nel corso della quale Martin si produce nella scorribanda più spettacolare tra i gradoni dell’Arena, e “Fix You”, che nell’edizione live non perde un briciolo del fascino sprigionato in studio. Si abbandona l’anfiteatro con un piccolo dubbio, una debole perplessità e una solida certezza. Il piccolo dubbio: perché, in cotanto profluvio di canzoni, un’incontestabile gemma del passato come “Trouble” è stata esclusa dalla scaletta? La debole perplessità: forse non ha convinto del tutto la decisione di riservare alla fase iniziale gli scatti più irruenti e di far attendere diversi quarti d’ora prima di essere inebriati dagli spunti più cadenzati e malinconici con i quali i Coldplay hanno fatto girare la testa a frotte di ammiratori. La solida certezza: non avranno ancora raggiunto lo spessore degli U2, difficilmente vedremo Chris Martin affianco a Benedetto XVI, ma siamo comunque di fronte ad un gruppo dotato di ottimi fondamentali, che dal vivo sa esprimersi al massimo riuscendo a mascherare le, comunque comprensibili, prime crepe insinuatesi nel sentiero sinora battuto.
MONOGRAFIE: Coldplay – Turin Brakes – The Coral live @ Cornetto Free Music Festival - Roma 23 giugno 2003
RECENSIONI: Coldplay - X&Y
RECENSIONI: Coldplay - A Rush of Blood To The Head
Articolo del
09/08/2005 -
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