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Alla fine del concerto ho fatto metaforicamente come Paperone al termine di innumerevoli storie disegnate da Carl Barks: mi sono mangiato il cappello. Aspettavo di trovarmi davanti non proprio due fantocci creati ad arte dal music-biz e della critica, ma insomma quasi… Davo quasi per scontato che sarebbe stato il classico esile concerto della band emergente (senza dare eccessivo peso al fatto che Jack’n’Meg proprio emergenti non sono, essendo già al quarto disco) costituito dalla pedissequa riproposizione dell’ultimo “Elephant” e poco altro. Ed ero pressochè certo che non avrebbero osato presentarsi in due, chitarra e batteria, ma che sfruttando la fama e i denari recentemente acquisiti avrebbero chiamato a coadiuvarli un paio di session-men dal provato mestiere. Risultato: smentito su tutta la linea, perché i White Stripes, anche se in un certo qual modo (ehm ehm) mi costa ammetterlo, sono DAVVERO il fenomeno di cui si parla da almeno un paio d’anni a questa parte. Jack e Meg White sono saliti sul palco intorno alle dieci e mezza, dopo la dimenticabile esibizione dei poco focalizzati Whirlwind Heat; erano vestiti lei di bianco e lui di rosso (con un tocco di nero, in stile gradinata di S. Siro) come di prammatica, ed è stato subito chiaro, se non dal primo dal secondo brano “Dead Leaves and the Dirty Ground” che una delle chiavi della grandezza dei White Stripes è la straordinaria, metafisica interazione tra Jack e Meg, sorta di insistito reciproco corteggiamento a base di feedback e batteria che è uno dei più bei quadri viventi che vi potrà mai capitare di vedere. Aldilà del rock/blues/garage che gli Stripes sono in grado di proporre (e che quando i brani si chiamano “I Think I Smell a Rat” o “The Hardest Button To Button” ti fa gridare: magistrale!) ciò che davvero colpisce è la sensualità che riescono a sprigionare praticamente con nulla, grazie ad una “chemistry” che in questo momento non ha eguali nell’ambito del rock e che mi fa chiedere come sia possibile che qualcuno abbia bevuto la favola del “fratello/sorella” dopo aver assistito ad esibizioni del genere. Se Meg è iconica, tutta di bianco vestita mentre tambureggia con piglio da liceale (o mentre canta, dolcissima, “In the Cold Cold Night”, con un faro bianco puntato addosso), Jack White dà, a tratti, l’impressione di essere stratosferico. Per piglio, presenza, voglia di stupirci e stupirsi. Quest’uomo non è certo un mestierante come tanti suoi colleghi (vero, Dandy Warhols?) ma un musicista vero smanioso di inventare e creare, come dimostra in particolare nella parte centrale dell’esibizione, quando improvvisa tra vecchi blues d’annata e incursioni in territorio “Rocky Horror Picture Show”, forzando ai limiti della rottura la sua voce con timbro alla Robert Plant. E’ così che un concerto dev’essere, se è il caso tralasciando gli hits più recenti e i trucchetti per blandire il pubblico; ed è questo il concerto che Jack ci dà, con Meg che segue a ruota, con puntualità metronomica, gli umori del “fratello” maggiore. Poi, come è ovvio, arrivano anche gli hits, con un’atomica “Seven Nation Army” salutata da un’ovazione e “Hotel Yorba” eseguita in maniera un po’ svogliata, forse l’unico momento “ni” dell’intera serata, per il resto contraddistinta da versioni energeticamente superiori agli originali. Jack e Meg si congedano dopo una canzone di bis e un’ora e un quarto di musica, lasciandoci con la consapevolezza di aver assistito al vero evento rock dell’anno da raccontare ai nipoti, altro che la megabufala ai Fori di Sir McCartney. Alla fine lui è completamente stravolto, lei resta impeccabile. Io ho le orecchie che mi fischiano, e devo rimangiarmi i preconcetti iniziali. Perché credere alla pubblicità strombazzante dei media, a volte, si può. E, nel caso dei White Stripes, si deve.
Articolo del
07/10/2005 -
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