|
Benché attivi da quattordici anni, non erano mai venuti in Italia e la prima comparsata nel nostro paese sarà certamente ricordata per la disinvoltura e l’imprevedibilità con cui hanno approcciato il pubblico. Lo show dei Clem Snide è stato una serie ininterrotta di piccole sorprese e sortite fuori dagli schemi ed ha completamente spiazzato chi si aspettava una sequenza di brani stilisticamente coerente con l’impronta prevalente del loro repertorio. Le persone che hanno gremito il primo piano de La Casa 139 di Milano hanno vissuto un’esperienza singolare e, uscendo dal locale di Via Ripamonti, si saranno resi conto di aver avuto l’occasione (più unica che rara) di assistere ad un concerto che permette realmente di stabilire un contatto intimo con i protagonisti. Questo piacere è stato procurato dalle insolite iniziative della band e anche dalle peculiari caratteristiche della sede che li ha ospitati. Situata lungo un’arteria che collega il centro al sud del capoluogo lombardo, la Casa 139 sorprende già all’ingresso. Assolte le pratiche di iscrizione e timbrato debitamente il dorso della mano – La Casa 139 opera quale circolo culturale – aggirandosi per le sale del piano terra la sensazione che immediatamente si avverte è quella di essere capitati non nel vortice stordente di un evento rock, bensì in un ambiente raccolto che ricorda il salotto di un’abitazione privata o un jazz club piuttosto che una focosa arena. L’individuazione del palco non è immediata: per raggiungerlo, occorre inerpicarsi su una scala, sovrastata da un rutilante lampadario, compiere una virata di 180 gradi e attraversare una piccola area nella quale sono dislocate le sedie e i tavolini ove i presenti prendono posto. L’atmosfera intima e rilassata è favorita da un ulteriore dettaglio: gli strumenti sono già tutti ordinatamente sistemati e, per una volta, non si assiste al frettoloso affaccendarsi dei tecnici alle prese con cavi e spinotti. Della prima improvvisata della serata si era avuto sentore prima ancora di mettere piede a La Casa 139: giungendovi, si erano notati tre ragazzi davanti alla porta d’accesso che parlottavano esprimendosi sia in italiano che in inglese. Lo scambio di vedute sembrava assai confidenziale e il motivo di tale intesa si scopre quando (in perfetta puntualità, altro aspetto in controtendenza) sale sul palco il gruppo spalla. La formazione è rappresentata esattamente dai tipi incrociati all’arrivo e dà vita ad una performance a metà strada tra rumorismo psichedelico ed elegante free jazz. Al termine della serata, saranno loro stessi a svelare il retroscena di quel curioso incontro: due di essi si fanno chiamare Phantom Power, duo italiano attento alle suggestioni del crossover; l’altro è Pete Fitzpatrick, il quale compone attualmente i Clem Snide unitamente a Brendan Fitzpatrick (basso), Ben Marton (batteria) ed Eef Barzelay (voce e chitarra). Dal conciliabolo sono emerse delle affinità e così, in modo del tutto occasionale, è maturata la scelta di entrare in scena insieme. L’esibizione ha destato dapprima stupore, poiché molti sono stati presi in contropiede dai virtuosismi del terzetto, e poi convinto apprezzamento, grazie soprattutto al carattere funambolico del polistrumentista tuttofare di Boston: Pete Fitzpatrick ha tenuto banco con la sua versatilità (si è destreggiato tra chitarra, banjo, eufonio e i suoni campionati di una sorta di mini consolle!) e con le sue piroette (l’asta del microfono è inavvertitamente caduta due volte…). L’improvvisazione è stata comunque il costante filo conduttore. Siamo abituati ad artisti per i quali la dimensione live è unicamente un efficace trampolino di lancio per promuovere l’ultima fatica discografica. Ebbene, i Clem Snide, dell’ultimo cd “End Of Love”, hanno eseguito solo due brani, peraltro ben rappresentativi: “Something Beautiful”, che rispetto alla versione incisa ha mostrato una maggiore inclinazione rock, “The Sound Of German Hip Hop”, fedele all’originale e adeguata testimonianza del recente transito del gruppo su territori meno intrisi di cadenze pop. Da “Soft Spot”, invece, è stata tratta solo “Tuesday, October 24th”. Questi pezzi precedono un’inaspettata parentesi: ad un certo punto la band si allontana, tranne Eef Barzelay che, da solo con la propria chitarra, annuncia che sta per interpretare due temi, “uno felice ed uno triste”. Quest’ultimo è suggerito a gran voce da uno spettatore ed eseguito da Eef con l’atteggiamento tenuto per tutto il concerto: occhi socchiusi, vocalità acuta e dolente e gestualità sghemba, con continuo dondolare a destra e sinistra. Il ritorno degli altri membri introduce la terza parte del live, che ha causato non poche alzate di spalle. Pochi sono riusciti a raccapezzarsi tra le note ascoltate e la spiegazione di ciò è stata fornita dagli stessi quattro allorché, chiuso l’ultimo pezzo (“I Love The Unknown”), hanno volentieri risposto a domande e firmato autografi: sono già al lavoro sul successore di “End Of Love” e, dato che una parte del materiale è pronta, hanno pensato di darne anticipazione nel corso del tour. I Clem Snide salutano La Casa 139 e partono alla volta di Lyon, tappa successiva del tour. Dal vivo hanno confermato la politica intrapresa recentemente (consueta mescolanza di generi con maggiore predilezione, però, per un impianto rock) e hanno dimostrato un’anima sperimentale e affabulatoria che, pur prendendo in contropiede, riesce ad avere un’ottima presa. Staremo a vedere se sarà confermata nella messa a punto del nuovo cd. Dal vivo, ad ogni modo, ha lasciato una buona impressione.
Articolo del
11/10/2005 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|