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Raggiunto l’apice del successo, iniziano i primi guai. Keith Moon viene abbandonato dalla moglie e questo lo scaraventa in una profonda crisi di nervi. Inizia a mandar giù litri di alcool ed in breve diventa un alcolizzato. Anche Pete Townshend segue sciaguratamente la stessa strada, nel tentativo di aggirare lo stress dovuto alle tournèe, nonché la mancanza di idee e creatività conseguenti all’inaspettato successo. Semidistrutto dall’uso reiterato e massiccio di stupefacenti, Pete non rinuncia tuttavia a coltivare i propri progetti. L’idea della rock opera continua pertanto a conservare un ruolo predominante nelle intenzioni degli Who, tanto che Townshend scrive “Lifehouse”, una suite dal sapore fantascientifico che però gli altri membri del gruppo ostacolano animosamente. L’opera viene allora spezzettata in più brani. Dal sapiente collage che ne risulta nasce Who’s Next, da molti considerato ancora oggi il capolavoro degli Who. Ciò è dovuto probabilmente a brani di rara intensità espressiva quali “Baba O’Riley”, “Behind Blue Heyes” e “Won’t get fooled again” nonchè alla geniale intuizione di Townshend d’introdurre nelle composizioni l’uso del sintetizzatore: formidabile la sequenza d’apertura ispirata all’elettronica di Terry Riley. Contemporaneamente gli Who cominciano a lavorare intorno ad un’altra opera omnia, che avrebbe dovuto rappresentare un vivido spaccato della generazione dei mods. L’opera in questione è “Quadrophenia”, album doppio, nonché colonna sonora dell’omonimo film anni ’70, che conferma la particolare vocazione cinematografica del gruppo. Roger Daltrey inizia peraltro a girare una serie di film che lo vedono coinvolto come attore. La produzione discografica continua con albums non eccezionali quali “The Who By Numbers” e “Who Are You”, che dimostrano tuttavia l’originale vena creativa e l’ormai collaudata esperienza compositiva raggiunta dalla band. Da segnalare anche le numerose tournèe dal vivo, prima fra tutte la memorabile esibizione di “Live At Leeds”. Purtroppo nella primavera del 1978, Keith Moon, da tempo affetto da alcolismo, muore a causa di una accidentale overdose di pillole prescrittegli, ironia della sorte, proprio per curare la dipendenza dall’alcool. Roger Daltrey, profondamente colpito dalla morte del compagno e seriamente preoccupato per lo stato di salute di Townshend, propone di interrompere le tournèe dal vivo, per permettere a quest’ultimo di disintossicarsi. Superato l’iniziale smarrimento, il profilo intellettuale di Townshend emerge ora in maniera decisamente preponderante a smentita delle sempre più frequenti voci di scissione e di crisi. E’ diventato lui il leader della band. Ancora una volta Townshend tenta la strada dell’innovazione musicale, conscio dei profondi mutamenti in atto e del sopraggiungere di nuove tendenze quali il punk e la new wave che avrebbero di lì a poco definitivamente spazzato via la vecchia musica degli anni ‘60. Con queste nuove tendenze Townshend allaccia un rapporto di collaborazione proficua, che influenzerà non poco la gestazione di albums quali “Face Dances” e “It’s Hard”. Negli ambienti è considerato un guru, uno dei “padri fondatori” del cosiddetto “rock eroico”. Ma ormai la luminescente parabola è giunta agli epigoni. Non nel senso che gli Who abbiano definitivamente smesso di produrre buona musica o che si siano allontanati dalla scena, ma nel senso che un’epoca di grandi speranze è finita e sopravvive, se sopravvive, soltanto nei cuori di quanti nel bene o nel male vorranno ricordarla.
Articolo del
03/09/2002 -
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