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Approcciando questa “prima” assoluta sul suolo capitolino dei Teenage Fanclub avevamo una gran paura che a livello di risposta del pubblico potesse rivelarsi un sonoro “flop”. Si trattava infatti di recarsi a vedere una band composta da quattro scozzesi ultraquarantacinquenni, sfiorati solo per un attimo dalla fama planetaria nel 1991 con il secondo album “Bandwagonesque” (che la rivista “Bibbia” degli universitari USA Spin arrivò addirittura ad eleggere miglior disco dell’anno, non tenendo incredibilmente conto di un altro secondo album di un gruppo di Seattle che di lì a poco rivoluzionò totalmente la scena), e che da qualche anno a questa parte sono dediti a comporre canzoni intrise da buoni sentimenti palesemente influenzate dai Byrds. In una serata piovosa, di coppe e di campioni, il timore era che nessuno si scomodasse. E’ stata invece una serata riuscitissima, con il Circolo stipato da fans e curiosi eterogenei quanto non mai (con un “range” da 15 a 45 anni) educatamente in fila per vedere una delle più peculiari band attuali. Ed è probabile che abbia funzionato, nel richiamo, anche il cosiddetto effetto “Nick Hornby”: lo scrittore inglese che nel suo libro/raccolta di saggi “31 canzoni” cita esplicitamente “Songs From Northern Britain” dei Fanclub come uno dei suoi album preferiti di sempre. Sono questi piccoli dettagli che creano curiosità, ed interesse. Saliti in scena intorno alle 11 e un quarto esibendo un totale “no-look”, Norman Blake – ritmica e vocals – Raymond McGinley – solista e vocals – Gerard Love – basso e anche lui vocals – e il nuovo batterista Brendan O’Hare hanno esordito con “About You”, uno dei brani cardine di “Gran Prix”. Da lì in poi il concerto romano è stato imperniato principalmente su due soli album: l’ultimo recente “Made-Man” e l’ormai storico succitato “Songs From Northern Britain”. Già lo sapevamo, ma il “live” ce lo ha confermato, quanto i Teenage Fanclub abbiano mutato pelle nel corso dei loro (quasi) 20 anni di onorata carriera: se inizialmente il loro sound era riconducibile ad una sorta di “Big Star più heavy”, già da un po’ di tempo le loro canzoni sono una versione muscolare dei californiani Byrds cantate con accento scozzese. Niente di male, però, perché di canzoni di livello eccelso si tratta, anche se l’acustica non perfetta del Circolo ha a tratti nuociuto all’ascolto di quei fantastici impasti vocali “west coast” in cui Blake, McGinley e Love sono maestri. Dopo “About You” è la volta di “Start Again”, da “Songs From Northern Britain”, da cui gli scozzesi eseguono anche “I Don’t Want Control Of You” e una formidabile “Take The Long Way Around”. Perfetti, nell’occasione, i soli di McGinley, ammirevole in quanto a precisione nel riprodurre esattamente il sound del disco. Tra i migliori brani di “Man-Made”, spiccano invece “Fallen Leaves”, “It’s All In My Mind” e, soprattutto, la delicata “Only With You”, pezzo in cui è possibile rinvenire l’influenza del produttore John McEntire in sede di incisione (come noto, “Man-Made” è stato registrato a Chigago negli studi di proprietà del membro del leader dei Tortoise). Visti dal vivo, i Teenage Fanclub sono una macchina perfetta ed affiatata (paragone da farsi immaginandosi non certo una vettura da “Gran Prix”, ma magari un’affidabile utilitaria): Blake Love e McGinley si conoscono da una vita e si vede - e si sente. Stupisce in caso l’incredibile timidezza di cui danno mostra sul palco, quasi impauriti da un pubblico con cui sentono di non poter comunicare – linguisticamente – al 100 per 100: eppure i Fanclub nella loro Bretagna del Nord richiamanoa abitualmente tra le 3.000 e le 5.000 persone a concerto, e i 200-300 del Circolo per loro dovrebbero essere una bazzecola. Fatto sta che i tre quasi sembra che si vergognino di stare lì sopra, e Blake si ravviva solo per un fugace attimo, quando sente qualcuno tra il pubblico lanciargli un incitamento con un chiaro accento scozzese. Cià che conta è che comunque l’atmosfera è calda: e si riscalda ancora di più con “Sparky’s Dream” da “Gran Prix” e, soprattutto, con “quella” immortale canzone dei primi anni ’90, quella che racconta di una ragazza che indossa blue jeans ovunque vada, e che “ha detto che si andrà a comprare un disco degli Status Quo” (oh yeah): ovviamente “The Concept”, la canzone che Alex Chilton non ha mai scritto pur potendo scriverla, tratta da “Bandwagonesque”. Reclamati a gran voce dal pubblico, i Fanclub tornano per un bis che pare fatto apposta per gli estimatori di Nick Hornby, uomini e donne maturi che dalla musica vogliono trarre caldo conforto piuttosto che brutali shock uditivi: di seguito, “Ain’t That Enough” e “Your Love Is The Place Where I Come From”, dolcissime e byrdsiane come non mai. Si chiude poi, in bellezza (e a sorpresa), con la potente “Everything Flows”, dal primo album “A Catholic Education”, brano che (ammettiamolo) non ascoltavamo da 15 anni e con cui ci ha fatto piacere riprendere confidenza. Bel concerto quindi - e ce lo aspettavamo. Non ci aspettavamo invece – ed è qui la notizia del giorno – la formidabile risposta del popolo rock della Capitale, che ha dimostrato a chi di dovere (nello specifico: quelli che i concerti li organizzano) che Roma è pronta ad accogliere, con entusiasmo, anche proposte alternative ai vari Elisa e Grignani (ed anche agli Afterhours e ai Marlene Kuntz). Attendiamo ora di vedere quanto accadrà ai prossimi eventi in programmazione – un calendario inusualmente nutrito che gli appassionati di musica della Capitale dovranno dare dimostrazione di meritarsi…
Articolo del
20/10/2005 -
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