|
La prima volta che ho sentito Ligabue, avevo 16 anni, era il 1990, ed era appena uscito il suo primo album. La radio passava una sua canzone, che era "Balliamo sul mondo". La ascoltai, ma non capivo se mi piaceva o no, sentivo che c’era qualcosa che stuzzicava il mio orecchio di rockettaro, allora molto più integerrimo di quanto non lo sia oggi. Chi è questo ragazzotto che pretende di cantare in italiano una musica che sa di oltre confine? Qualche giorno dopo uscii di casa e spesi le mie oneste 16.000 lire, che al tempo non eran poche soprattutto per un adolescente, e portai a casa il disco di questo nuovo cantante, che aveva il nome di un pittore famoso. Nonostante diverse prese in giro soprattutto di familiari stretti, consumai quel vinile e me ne innamorai, un po’ ingenuamente, un po’ con l’incoscienza, che nasconde però sempre un fondo pesante di verità, di un ragazzo del liceo. Tutto questo lo dico, perché non ho rinnegato quella scelta e quella passione: quella voce ruvida, ruvidissima, che non si lasciava sfuggire un vibrato neanche a pagarlo, quelle chitarre distorte che facevano un po’ il verso agli U2, ma a modo loro, e che dettavano dei riff incalzanti da ascoltare col volume a palla. E poi c’erano quei personaggi vividi, la bambolina nella sua stanza, Marlon Brando, Mario, l’Angelo della nebbia, la Piccola stella senza più un cielo, c’erano quelle poche frasi che ti facevano “vedere” la scena viva davanti a te, il Bar di Mario, appunto, la stanza con la bambolina, il sabato sera coi sogni rock, le strade lunghe e quel tempo che non era per noi. E ancora c’era quel suono sporco poco curato, quasi ingenuo negli arrangiamenti e nella produzione, che però stava a dire che in Italia si poteva fare rock, senza sparare la voce al massimo del volume, senza i “riverberoni”, senza quel sound patinato, pulito, che dettava legge nella musica italica, ma bensì con chitarre in evidenza, con muscoli e fiato, e senza per questo fare rock pesante o addirittura pseudo-metal. Insomma, un cantautore rock, come forse in Italia non se ne erano mai visti. A distanza di 15 anni, dopo tanti dischi, e anche tanti successi, che in qualche modo hanno rinfrancato quella mia scelta iniziale, riascoltando l’ultimo lavoro di Luciano Ligabue, “Nome e cognome” ho quasi l’impressione, che tutti quei pregi di cui ho appena detto, possano essere diventati, se non dei difetti, dei limiti, per Ligabue, per la sua musica, per la sua scrittura di canzoni. Dei limiti che lui stesso ha forse evitato di provare a oltrepassare, da un certo momento in poi. Impressione quindi solo confermata dall’ultimo disco, ma già evidente almeno negli ultimi due “Miss Mondo ’99” e “Fuori come va?”. Il suono, nel tempo, da quel lontano ’90, si è evoluto, son cambiati i musicisti, son cambiate le produzioni, che adesso rendono possibile una resa più “mainstream”, meno casereccia, ovviamente molto professionale. Il Liga ha sempre trovato (ma oseremmo dire “cercato”) come una eccessiva coerenza nelle sue uscite discografiche, una tenace ri-proposizione del suo personaggio, popolare perché famoso, ma anche perché capace di buone energie che nelle canzoni emergono quasi a cascate. Ma l’idea, quasi salvifica, che solo rimanendo uguali a sé stessi, si possa essere coerenti e non tradire la causa, non tradire il proprio pubblico che quasi religiosamente ti vuole sempre uguale a “come eri, come sei e come sarai”, alla lunga può segnare il passo. Perché, come sempre nella musica, le stesse cose che hai detto un tempo, dette oggi, non per forza devono avere lo stesso effetto. Così, le “botte”, il “vivere” che non è “facile”, i sogni, e poi la “vita da star” o la “vita da mediano” perdono mordente, ti lasciano negli occhi e nelle orecchie come un “dejavù” e in bocca il gusto amaro di quello che ogni volta potrebbe essere se si osasse un po’ di più. Perché quelle “buone energie” mischiate con un po’ di curiosità in più porterebbero lontano. E non per forza si deve mettere il distorsore alla voce facendo il verso a Tom Waits, oppure sposare una svolta elettronica per dire qualcosa che “non ti aspetti” (però ripensandoci sono due idee che proporrò al Liga…), ma cercare volutamente di scrollarsi di dosso almeno per un po’ l’immagine che troppa gente si è fatta , quella immagine da “ci vediamo da Mario prima o poi”, sarebbe comunque un atto di coraggio, senza sentirsi in obbligo di rinnegare il passato, o di tagliare i ponti con esso. D’altronde nel tour teatrale di neanche troppo tempo fa, sul palco insieme a Mauro Pagani, qualche segnale importante in una nuova direzione lo si era avuto. Per questa volta ci restano un pugno di buone canzoni, ma da te Liga è ancora lecito attendersi cose ottime.
Articolo del
27/10/2005 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|