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Anni di gavetta in garage bands; viaggi in Europa per promuovere i loro primi esperimenti musicali; un debutto folgorante, Looks Like a Russian; un “side project” (In Between Times) prodotto e pubblicato dalla casa discografica spagnola Acquarela records; un pregevole album, The Hill For Company, che ne ha confermato il talento facendoli conoscere al grande pubblico. Questo in breve è il curriculum musicale dei Sodastream, band australiana composta da due esili giovanotti dalle movenze e fattezze nordiche (Karl Smith e Pete Cohen), che nel giro di un paio d’anni è riuscita a guadagnare uno spazio di rilievo in quella scena, di origine o d’azione britannica, che ha trovato nel suono acustico e nell’intimismo crepuscolare i suoi ingredienti principali. New acoustic movement (King of Convenience, Turin Brakes), per intendersi. Le ricette o le etichette tuttavia spiegano in parte, se non per nulla il talento del duo australiano. Questo al contrario va ricercato e ricondotto a quelle inquietudini espressive che da qualche anno a questa parte stanno attraversando e rinnovando su diversi fronti il cosiddetto pop. I Sodastream, ovvero, sono la prova tangibile, esemplare e speriamo duratura, di come il pop, pur mantenendo la propria irrinunciabile e necessaria immediatezza d’ascolto, possa al tempo stesso, coltivare e approfondire una vocazione sperimentale, integrando magari, come succede nel caso dei Nostri, spunti provenienti dal passato remoto (Nick Drake, Neil Young) e prossimo (Belle and Sebastian), o da generi periferici del presente come l’alternative-country e il songwriting americano (Bonnie Prince Billy, Smog, Lambchop). Nomi quest’ultimi da intendersi oltre che come naturali debiti, soprattutto in quanto indizi di una vocazione espressiva votata all’essenzialità, alla cura compositiva, all’introspezione.Tutto questo mantenendo sempre un orecchio se non tutte e due sulla melodia. Ne vengono fuori delle ballate che fluiscono con semplicità, con grazia, e al contempo lasciano ammaliati per l’articolazione mai facile, mai gratuita. Ballate che hanno il sapore acre e dolce dell’infanzia perduta, che possono essere più o meno lente, più o meno veloci; che possono essere colorate qui da una batteria sempre discreta, lì da un pianoforte, laggiù da una tromba o da una fisarmonica, ma il cui cuore sonoro ed emotivo è tutto concentrato nel contrabbasso di Pete, nella chitarra e nella voce fragile e sottile di Karl, che insieme ci accompagnano per i sentieri di un piccolo boschetto acustico abitato da incertezze esistenziali, da irrequietudini, paure, dolori, che soltanto la malinconia può alleviare, e in fondo al quale, non si sa come, anche il più piccolo barlume di luce rappresenta una promessa di felicità.
Articolo del
11/09/2002 -
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