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Da dove gli sia venuta fuori questa strampalata novità, a Bill Evans, è difficile da capire. Mettere assieme fusion e bluegrass, sorvolando rischiosamente un miscuglio sonoro da brividi. Bill Monroe non avrebbe mai immaginato di poter vantare, un giorno, cotanto adepto, e dalla tomba (dalla terra dell’erba blu? Chissà) sicuramente si riscuote tutto pimpante scrollandosi il terriccio di dosso e desta l’orecchio verso questa nuova linea scelta dal sassofonista scoperto da Miles Davis. Che, peraltro, se lo mise nella propria line-up nel penultimo periodo, dal 1980 al 1984. All’Auditorium lo spelacchiato polistrumentista (smanetta curiosamente con sintetizzatore vocale e tastiera) riesce però – almeno per buona parte dello spettacolo – nell’intento. Che era dunque quello di non tirar fuori una schifezza dall’incrocio di due generi che spesso si sono guardati in cagnesco, sebbene già trent’anni fa Dave Holland avesse tentato qualcosa del genere: l’impianto della sua musica, infatti (e per fortuna), rimane saldamente a cavallo del jazz-rock più ritmato e brioso che ci sia. Il fatto è che, di tanto in tanto, Evans butta dentro sostanziosissimi passaggi bluegrass – soprattutto grazie al fenomenale, virtuoso e un po’ pasticcione Christian Howes al violino e alla banjo-guitar di Vinny Valentino – che avran fatto storcere il naso a chi rimembrava ancora l’Evans della Mahavishnu di McLaughlin, ma che nel complesso segnano una soluzione nuova quando, in quel campo (quello della fusion), tutto è già stato detto. E suonato. E pure alla grande. Insomma l’impressione è che Evans – che continua a rimanere uno dei pochi che sa tirar fuori dal sax soprano un suono dolce, vellutato e multiforme che raramente arriva da quel tignoso strumento – abbia dunque una gran voglia di divertirsi innestando sulla sua persona, novello centauro, e attraverso i suoi sassofoni, due generi che pochi pensavano potessero rendere così proficuamente, se adeguatamente ibridati. D’altronde, siamo proprio nell’era dell’ibridazione: perché condannare Evans? Che infatti – a parte una lievissima emorragia di spettatori dopo la prima mezz’ora – ha garantito due ore scarse di ottima musica, sebbene la compagine che lo accompagna nel corso del tour qualche magagna l’abbia mostrata. Howes è virtuoso fino a livelli da sfinimento, Rick Fierabracci al basso avrei desiderato “percepirlo” meglio: non si capiva se i volumi fossero bassi o fosse invece lui a pretendere a tutti i costi un suono felpato, sottotono e assai poco incisivo. Rullante e cassa di Joel Rosenblatt, inoltre, avrebbero potuto regolarli con più minuzia, sebbene il batterista (già con l’immenso Corea) sia senza dubbio il migliore dei quattro. Certo a compensare anche le piccole sbavature c’era l’Enormità di Evans, che esplora davvero in tutta l’ampiezza possibile l’arco sonoro dei suoi strumenti, partendo in infiniti soli che le spruzzate di bluegrass te le dimentichi in un lampo. Si è sorriso parecchio, insomma, e si è battuto il piede sonoramente, con la “nuova” musica di Bill Evans, proprio come in un vivace raduno country nel Kentucky. Solo che eravamo alla Sala Sinopoli dell’ Auditorium romano.
Articolo del
18/11/2005 -
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