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Terza tappa complessiva in Italia per i Coldplay quest’anno, dopo Verona e Milano uno show bolognese che si propone come un evento. E infatti un evento lo è stato, ma come a volte succede la sensazione che lascia è ambivalente. Si ha l’impressione di aver assistito a qualcosa cui si doveva assistere almeno una volta nella vita perché si sa, oggi un concerto dei Coldplay lo si deve andare a vedere perché sono così bravi, così impegnati e poi quel Chris Martin è così mistico, così un bravo ragazzo con quell’aria scanzonata. Però c’è qualcosa che lentamente si insinua alla fine del concerto, quando si realizza che i Coldplay non sono più quelli di un tempo, spontanei, per nulla star, gente della porta accanto; oggi il gruppo di Chris Martin è diventato a tutti gli effetti qualcosa di molto vicino agli U2 odierni, per impatto mediatico e tutto quello che gli gira intorno. Chris Martin adesso è una specie di Bono Vox con il misticismo e l’attitudine world di Peter Gabriel ed è stato inglobato con i suoi Coldplay nello star system, dalla parte dei buoni ovviamente ma sempre in un sistema che sulla carta cerca di combattere. Il concerto ha riflettuto queste piccole considerazioni fatte, se è vero che nulla era lì messo a caso, tutto è filato liscio quasi senza emozione, se escludiamo l’impatto di superficie e l’atmosfera da piccolo evento mitologico che ha accompagnato la performance; il pubblico di Chris è cambiato, ora ingloba davvero tutte le tipologie di persone, adulti e giovani, tipi impegnati e fanciulle invaghite del loro mito (una buona se non eccessiva percentuale), un bel minestrone chiamato a raccolta del commercio equo e solidale, salvo poi restare perplessi davanti a un baracchino del merchandising che è praticamente un baraccone in tutti i sensi, lungo tre volte quello degli Oasis (che si sa, al riguardo sono avidi) e con un prezzo di partenza poco equo e solidale con noi, giusto 30 denari. Insomma se vogliamo parlare del concerto nulla da dire, liquidata in poco tempo un’insulsa Goldfrapp appaiono puntuali alle 21 i nostri osannati beniamini come nemmeno i Kraftwerk riuscirebbero a fare, con quello schermo gigante che richiama un’atmosfera vagamente computerizzata e automatizzata: attacco con "Square One" e da qui in poi la solita professionalità e una manciata di bellissime canzoni tratte per lo più dall’ultimo "X & Y" ("White Shadows", "Talk", "Speed Of Sound") con aggiunte dei singoli provenienti dai precedenti due dischi; rispetto alla scaletta di Milano del giorno prima mancano le due cover eseguite a sorpresa, vale a dire "Simple Twist Of Fate" di Dylan e "Love Is A Burning Thing" di John Lee Hooker, così come è mancata la vecchia "Shiver". Questo appuntamento bolognese ci ha invece regalato in esclusiva "Green Eyes" (suonata nel siparietto acustico col gruppo ravvicinato davanti al pubblico) e la stupenda "Everything’s Not Lost" (uno dei momenti più belli dell’intero concerto), mentre non sono state proprio eseguite delle colonne portanti come "Trouble" o "Don’t Panic". All’appello invece rispondono e risplendono con la loro bellezza pezzi come "In My Place", "The Scientist", l’ossessiva "Politik" e "God Put A Smile Upon Your Face", "Clocks" e l’immancabile "Yellow" (che ora Chris Martin può permettersi di suonare come terzo brano in scaletta invece che alla fine del concerto per tenere desto il pubblico); uno spettacolo di luci, atmosfere, schermate che fanno vedere il solito orso che vaga disperato quasi quanto un estatico Chris che oltre a parlare un discreto italiano balla, salta, corre e sfiora il pubblico, si stende a terra e quasi lieviterebbe se potesse: davanti ai comprimari Coldplay bisogna ammettere che la star qui è lui, come testimoniano i deliri delle fanciulle che si agitano ad ogni cenno del novello Bono manco avessero davanti il capo dei Take That. Volano enormi palloni dal palco al pubblico, tutto magniloquente, tutto enfatico, tutto come nelle altre date di questo Twisted Logic Tour: è questa la sensazione finale, quello di un evento confezionato benissimo e venduto senza problemi in tutto il mondo proprio come i concerti degli U2, la differenza però sta nel fatto che la scenografia qui è quasi essenziale e fortunatamente non vicina alle pacchianate da gran circo di Bono e soci. Un esempio su tutti, prendiamo la conclusiva "Fix You": una meraviglia di brano certo, ma non possiamo non notare che tutto è orchestrato esattamente come si vede nel video che gira su MTV, vale a dire le movenze di Chris e le risposte del pubblico che mostra di conoscere bene la propria parte; e poi il finale, così pieno di pathos con le immagini dei quattro sul palco che cantano assieme, un vero gioiello di commozione. Peccato che filmato verrebbe uguale al video che vediamo in tv: si è consumato così un evento, i Coldplay mostrano di aver mandato giù a memoria la propria parte assieme ad un pubblico che ha risposto esattamente come doveva rispondere. Quando gli U2 andranno in pensione avranno dei degni sostituti e Chris Martin forse salverà davvero il mondo, per ora osserviamo impotenti il percorso mediatico che il nostro eroe sta facendo con il suo gruppo.
Articolo del
22/11/2005 -
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