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Dopo l'esperienza collettiva dei Soft Machine e l'ineguagliabile "Rock Bottom" del 1974, Robert Wyatt suggella la propria carriera da solista con un album ancora una volta insolito e di bellezza non comune, "Cuckooland". Un'opera intima e commovente, dagli accenti meno sperimentali del precedente, che ripropone, a sei anni di distanza da "Shleep", quello stesso concetto di musica senza schemi. Composizioni che scorrono come pellicole in bianco e nero al ritmo suggestivo di un jazz fumoso e allo stesso tempo confortante; deliziose partiture e sussurranti espressioni della memoria che si estendono dentro ambienti etnici e spirituali. Un lavoro dai tratti romantici e dalle fogge stravaganti che diffonde, malgrado i toni offuscati e una latente inquietudine, una silenziosa ed incantevole vivacità. Questo è un disco semplicemente adorabile, madido di poesia e costumata partecipazione politica, che prende però le dovute distanze da quelle oratorie compiacenti e da quelle celebrazioni calcolate tipiche del musicista impegnato. Insomma, Wyatt non è il classico personaggio che cerca a tutti i costi le luci della ribalta, lui è diverso dagli altri, se ne sta tranquillo nella sua casa di Lincolnshire, insieme a sua moglie Alfreda Benge (Alfie) e guarda questo mondo con lo sguardo di chi ha sofferto (sono più di 30 anni, infatti, che l'ex Soft Machine è costretto a vivere su una sedia a rotelle), di chi racchiude una speranza nel cuore, di chi è riuscito a trovare nella musica il seme dell'esistenza, di chi, nonostante i numerosi ricordi d'intolleranza, confida ancora nella saggezza di questa umanità. E così nascono canzoni come "Old Europe", un omaggio alla Parigi di un tempo - rifugio di artisti americani poco stimati in patria - dove le sonorità dell'artista inglese e del jazzista israeliano Gilad Atzmon sfociano nella fervida scrittura di "Alfie" (che, nel caso specifico, s'è liberamente ispirata alla vicenda d'amore tra Miles Davis e Juliette Greco). "Cuckoo Madame" è una melodia aritmica, stralunata e teatrale, mentre "Forest" è una sorta di blues onirico, narcotico e progressivo: un tributo alle popolazioni zingare Rom. In "Foreign Accents", invece, le parole diventano musica e combattono le falsità ideologiche anglo-americane, quasi un upload - come lui stesso ha affermato - di un vecchio brano di "Old Rottenhat" (1985): "The United States Of Amnesia". Le cover di "Raining in My Heart" (Bryant & Bryant ) e "Insensatez" (di Jobim/Moraes con il canto evanescente di Karen Mantler ) sono chiari esempi d'integrazione culturale. La conclusione infine è affidata ad una versione strumentale di un brano arabo ("La Ahada Yalam"), sviluppato magnificamente dal soffio vitale di Gilad Atzmon e dal contrabbasso di Yaron Stavi: l'ultimo lembo di questo meraviglioso luogo, dall'aspetto uniforme ma dalle sottili ed infinite sfaccettature. Settantacinque minuti di preziose armonie abbozzate dentro le mura di casa e riprodotte nello studio di Phil Manzanera, con il supporto dei soliti amici (Brian Eno, Paul Weller e David Gilmour) e di un nugolo di musicisti che ruotano attorno al circuito jazz d'oltremanica, tra cui Annie Whithead, che suona il trombone nel magnifico brano d'apertura ("Just a Bit"). "Cuckooland" è un luogo fantastico in cui Wyatt trafuga le proprie certezze e le proprie paure. Una terra sconosciuta, l'unica in grado di filtrare realtà ed immaginazione, la sola capace di concepire inconsuete ed impalpabili forme di comunicazione di questo nuovo millennio. E non lasciatevi distogliere dalla durata eccessiva del cd, perché soltanto l'ardente pazienza vi porterà al raggiungimento di un intenso piacere. Minuto dopo minuto, fremito dopo fremito, nota dopo nota.
(per gentile concessione della newsletter ML: www.musicletter.it)
Articolo del
25/11/2005 -
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