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All’insegna di un blues basico e minimale l’esibizione romana di John Parish, musicista di buona fama, molto conosciuto ed apprezzato sulla scena “indie”, nonché produttore degli Eels e di una “vocalist” come P.J. Harvey, che fra l’altro è stata la “front girl” del suo primo gruppo, in pieno periodo punk. Il concerto di questa sera al Big Mama ha richiamato un pubblico attento e attratto dall’indubbio fascino del personaggio, talmente bravo ma anche così schivo da preferire sempre una posizione dimessa, dietro le quinte. John Parish, antidivo per eccellenza, ritrova se stesso nelle sue composizioni, parla attraverso le note ora delicate ora distorte della sua chitarra elettrica, e questo gli basta. Presenta dal vivo “Once Upon A Little Time” il suo terzo album solista, frutto di una serie di incontri fortunati, a partire dal suo approdo a Catania, dove ha avuto modo di conoscere e di apprezzare il talento di Marta Collica , che ricorderete insieme ad Hugo Race nei Sepiatone. John Parish non è nuovo ad esperienze musicali in Italia, l’anno scorso come ricorderete ha prodotto “Tutto l’Amore Che Mi Manca” , l’ultimo disco di Nada. Ha incontrato Giorgia Poli, talentuosa bassista, e ha richiamato con sé Jean Marc Butty alla batteria, lo stesso che aveva partecipato alle “sessions” di “To Bring You My Love” di P.J. Harvey. Questa la formazione con cui John Parish ha registrato il disco, un po’ in Italia, un po’ in Inghilterra, un po’ altrove, questa la band con cui si esibisce dal vivo per una serata speciale di autunno inoltrato, accompagnata dalla pioggia incessante fuori dal locale e dalle note di un blues cadenzato e notturno all’interno. “Like Boxes” è l’esordio, quanto mai calligrafico, attento al dettaglio e rallentato ad arte. Seguono altri brani solo strumentali e composizioni molto intense e cariche sul piano emozionale come “Choice” e “Even Redder Than That” impreziosite dall’apporto alle tastiere e alla voce di una Marta Collica sempre più brava. Le canzoni ci raccontano della lotta per la sopravvivenza nella vita quotidiana, fra speranze e delusioni, barlumi di luce e sconfitte. “Once Upon A Little Time”, il titolo dell’album, è stato suggerito a John Parish da sua figlia Hopey, molto piccola ma spesso presente in sala di incisione, che ripeteva quella frase in maniera quasi ossessiva e John ha colto in essa elementi epici e al tempo stesso fortemente intimisti, che poi riflettono le sue scelte musicali. Il “live act” non si discosta molto da quelle atmosfere già ascoltate su “Dance Hall at Louse Point”, il noto album registrato insieme a Polly J. Harvey. C’è molta sperimentazione accanto alla riscoperta delle radici blues della sua musica, “Water Road” è bellissima ed è tratta da un tema musicale scritto per una colonna sonora cinematografica. Giorgia Poli strofina l’archetto di un violino sul suo basso elettrico, aggiunge stridore alle melodie struggenti appena accennate da Marta Collica alle tastiere, entrambe si dedicano ai cori, mentre Butty alla batteria accompagna le diverse impennate ritmiche. E John Parish diventa così , con la sua chitarra e con la sua vocalità straniata e dimessa, il regista di tutto quello che succede sul palco. Il crescendo di “Sea Of Fancies” sul finale è fantastico, non aspettavamo di meglio per concludere una serata di musica da non consumare, che scava dentro e che non pretende molto, solo di essere ascoltata.
Articolo del
04/12/2005 -
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