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La serata ideale per entrare in contatto con due fra le nuove realtà musicali più interessanti di Oltre Oceano. Cominciano i Wolf Parade, originari di Montreal, Canada, che ci presentano dal vivo brani tratti da “Apologies To The Queen Mary” , il loro album d’esordio. Un “set” nervoso ed elettrico, frenetico e percussivo offerto da una band giovane e assolutamente geniale che mescola con molta originalità e tanta freschezza generi musicali diversi, dal rock elettrico al punk, dalla new wave alla musica etnica. “You Are A Runner And I’m My Father’s Son”, “Modern World” e “It’s A Curse” sono i titoli di alcune delle composizioni che ci hanno destato una impressione più favorevole, ma tutto il “live act” ha comunicato una energia contagiosa, fatta di richiami agli anni ottanta e di influenze proprie del “new sound” della scena “indie” americana. Seguono We Are Scientists, originari della California, ma residenti a New York da almeno quattro anni. La band, molto attesa ad una conferma dal vivo dopo il successo ottenuto da “With Love And Squalor”, il loro disco di debutto, è composta da Keith Murray, chitarra e voce solista, da Chris Cain, basso elettrico e da Michael Tapper, batteria. I tre ragazzi non si sono persi in preamboli inutili e hanno subito dato vita ad uno “show” effervescente, gradevole e a tratti vibrante. Si parte con “This Scene Is Dead” , una sorta di “punk rock” adrenalinico e viscerale al quale ha fatto seguito l’energia contagiosa di “Callbacks Under The Sea”, un brano scanzonato, bizzarro e molto gradevole, almeno quanto il successivo “Cash Cow”, esemplificativo della strategia musicale scelta dai W.A.S. che si autodefiniscono come una sorta di “generatori di musica, spesso rumorosa, a volte epica, in qualche caso ballabile, con varie implicazioni umane e dedicata a gente pensante”. Ecco che arrivano subito dopo l’ “alternative country” di “Lousy Reputation” e il rock serrato di “Nobody Move, Nobody Get Hurt”, il tutto in un continuo sovrapporsi fra melodie gustose e micidiali “riff” di chitarra elettrica. La band poi si scatena sul ritmo di “The Great Escape”, il nuovo singolo, il brano che ha subito fatto centro in classifica, sia negli Stati Uniti che in Inghilterra, e che ha fatto parlare di loro come i possibili eredi degli inglesi XTC. A sorpresa gli Scientists eseguono una “cover” deliziosa e di lusso, quella “Be My Baby” scritta da Phil Spector nel 1963 e portata al successo dal gruppo vocale al femminile delle Ronettes. Chiudono lo “show”, senza repliche, brani come “ What’s The World” e “Worth the Wait”, una splendida “electric ballad” che dà senso al retro gusto tipicamente “sixties” di una band capace però di offrire a quei suoni una chiave interpretative di certo moderna.
Articolo del
05/12/2005 -
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