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A voler prendere in prestito i titoli di due loro album, l’esibizione romana dei Posies è stata un “failure” per quanto riguarda il pubblico accorso a sentirli (ad essere larghi, una quarantina di anime paganti) ma altresì un netto “success” in virtù della straordinaria dimostrazione di maestria power-pop (con accento sul “power”) che la band dello stato di Washington ha saputo fornire una volta che si è impossessata del palco. E dire che i Posies oggi sono quasi un hobby di lusso per i fondatori Ken Stringfellow e Jon Auer (entrambi chitarra e voce): dopo un breve momento nella parte centrale degli anni ’90 in cui - accomunati a sproposito con la scena del “grunge” di Seattle, loro città di adozione - sembrava potessero esplodere da un momento all’altro, furono scaricati dalla major Geffen salvo riciclarsi come richiestissimi sessionmen di lusso. Tanti impegni – tra cui quello prestigioso con i R.E.M. e, non dimentichiamolo, quello come 2/4 dei rinnovati Big Star a fianco dei membri originali Alex Chilton e Jody Stephens – che, dal ’98 ad oggi, hanno fatto sì che i Posies la band restasse praticamente congelata, aldilà di qualche occasionale esibizione live. Poi, quest’anno, l’improvvisa pubblicazione del nuovo “Every Kind Of Light”, che ha dato il destro a Stringfellow e Auer (più sezione ritmica: per l’occasione Matt Harris al basso e Darius Minwalla alla batteria) per organizzare questa serie di date, anche europee. Sono passate da poco le 23, quando la band sale su un palco ancora buio e Stringfellow con modi spicci ma goliardici invita i “motherfuckers” (che saremmo noi del pubblico) a lasciar andare le chiacchiere e a venire davanti, chè lo spettacolo sta per iniziare. Partono subito bene i Posies, con “Throwaway” tratta da “Amazing Disgrace”, un Bignami in tre minuti su come debba essere scritto e suonato il pop chitarristico. Che Stringfellow e Auer, frontmen a tutto tondo, siano due fuoriclasse, è palese. Dimostrano fin da subito un’impressionante perizia strumentale e possiedono anche una discreta presenza scenica: Auer il grasso, che rompe due corde di chitarra a canzone per l’intensità con cui la suona, e Stringfellow il magro, con la chioma tinta color corvino e che ricorda vagamente l’idolo d’infanzia dei metallari locali Richard Benson. Inizialmente i Posies danno la sensazione di volerlo eseguire tutto, “Amazing Disgrace”, l’album del ’96 che ne causò il licenziamento della Geffen a causa delle scarse vendite: eseguono di fila - e con un piglio più “hard” rispetto agli originali - “Please Return It” e “World”, poi finalmente un pezzo dal nuovo album, “I Guess You’re Right”, e uno da “Success” del ’98, “Somehow Everything”. Ma poi è di nuovo “Amazing Disgrace” con l’esecuzione di una “Song n.1” dalla melodia bellissima e cristallina. La successiva sognante “Conversations”, oltre ad essere il brano forse migliore del nuovo “Every Kind Of Light”, potrebbe essere stilisticamente tratta da “Songs From Northern Britain” dei Teenage Fanclub, band a cui i Posies, peraltro, sono spesso paragonati causa l’amore per i Big Star, per i Byrds e per il power-pop in genere. Di differente tra le due band c’è però, nel bene e nel male, un maggiore eclettismo dei Posies. Nel bene: perché Auer e Stringfellow sono in grado, nel loro genere, di suonare pressochè di tutto nella maniera migliore; nel male: perché non esiste un riconoscibile sound “alla Posies” come, invece, ce l’hanno i Fanclub, e forse è questo uno dei motivi del diverso grado di popolarità delle due formazioni. Dopo “Ontario” – ancora da “Amazing Disgrace”! - Auer e Stringfellow decidono di saccheggiare l’”altro” album per la Geffen, il più rockeggiante “Frosting On The Beaters” del ’93. Le chitarre si fanno più sferzanti e i ritmi accelerano, con le cadenze di “Dream All Day” e “Flavor Of The Month”, intervallate solo dall’omaggio al batterista degli Husker Du “Grant Hart”. Sempre, manco a dirlo, da “Amazing Disgrace”. Chiudono, Auer e Stringfellow, portandosi con chitarre e microfoni in mezzo al pubblico per eseguire un’impetuosa “Solar Sister” (da “Frosting On The Beaters”). Il bis li vede perdere giri vistosamente, e in una sorta di anticlimax propongono - dal suddetto “Frosting…" - “Love Letter Boxes” e una psichedelica quasi prog “Definite Door”. Salutano così Roma, Auer e Stringfellow, due professionisti di altissimo livello che non devono dimostrare niente a nessuno e che, con una naturalezza vista raramente, hanno imbastito un’ora di concerto magistrale. Torneranno in Europa a febbraio, il grasso e il magro, nella guisa dei Big Star, in compagnia del vecchio Chilton e e del batterista Jody Stephens. Previsti, per ora, unicamente due concerti in Olanda e in Belgio, ma chissà mai che non si vada ad aggiungere qualche data nel nostro Stivale. In tal caso sarebbe un sogno, sarebbe un avvenimento, e stavolta non presenziare in massa sarebbe veramente un crimine.
Articolo del
18/12/2005 -
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