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Quattro chiacchiere - sul doppino che direttamente da Roma mi connette con Parma, dove stanno mettendo su il loro nuovo quartier generale - assieme ad Ermanno Carlà, bassista dei Negramaro. Che parla tanto, e appassionatamente, di un 2005 da incorniciare e di un tour che i sold-out si sprecano. Ma anche di una band che non dimentica la sua dimensione sempre e volutamente in progress, pronta a succhiare ogni eco d’Oltralpe per innestarlo nel proprio prototipo di rock all’italiana.
Ermanno, è di poco fa la notizia di un altro sold-out: Milano, al Pala Mazda. Quali e quanti santi e falsi dei dovete ringraziare?
Già. Siamo felicissimi, perché significa che quanto stiamo facendo riesce ad essere apprezzato dalla gente. E capito. Di santi e di falsi dei ne abbiamo incontrati un sacco. E’ stato un anno che ci ha dato davvero molto. Poi, bisogna anche vedere per te, per gli altri, cosa si intende per santi e falsi dei. Da noi, i santi sono parte dell’immaginario collettivo: e quindi direi che chi ci è stato dietro, chi ha creduto in noi, chi ci ha esorcizzato e chi ci ha propiziato è stato un nostro dio, per questo 2005.
A proposito di live: dalla tua postazione privilegiata, che gente scruti? Chi c'è?
Ogni genere di persone. Ed è questo che ci conforta sulla trasversalità del nostro progetto: dalla bambina di sei anni accompagnata dalla mamma che canta tutte, e dico tutte, le canzoni del disco a memoria fino al tipo dark che magari ad un concerto dei Negramaro non ce lo immagineresti.
Hai parlato di progetto. Spiegami bene la dimensione Negramaro: idee in testa, sensazioni, speranze.
Il fatto è che, fondamentalmente, a noi frega poco delle etichette, delle catalogazioni e cose del genere: il nostro interesse, come quando affittavamo il pulmino per andarcene ai concorsi in giro per l’Italia, è suonare. Punto. Questo abbiamo fatto dai centri sociali fino al Vaticano.
Il diavolo e l’acqua santa.
Esatto. A noi, grazie al successo che ci ha assicurato “Mentre tutto scorre”, interessa proporci senza preclusioni, dappertutto. Quelle che stiamo vivendo sono tappe che, paradossalmente, vogliamo macinare in fretta: è adesso che bisogna cominciare a lavorare ancor più sul mood che vogliamo architettare, proseguendo su quanto fatto finora.
Mi spieghi perché parte della critica non sembra considerarvi una band a tutto tondo ma, piuttosto, la premiata ditta Giuliano Sangiorgi e affini? Problema d’immagine o cosa?
Problema, secondo me, incastrato nelle pieghe della scena musicale italiana, da sempre bloccata in una ferrea dicotomia: quella fra il solista virtuoso o la band profondamente caratterizzata in ogni suo componente. Noi, evidentemente, non riusciamo ad essere incasellati in nessuna delle due categorie e quindi a forza ne rimane sbiadito il ruolo che svolge l’intero gruppo. E che è quello di cui ti parlavo prima: la necessità di dar vita, attorno al marchio Negramaro, ad un cantiere sempre in divenire. Pronto a cogliere gli echi europei, pronto a lavorare per una musica anche da esportare e da far conoscere, un sound che guardi alla scena inglese e un’atmosfera che, però, sia alc ontempo profondamente "nostra".
E’ da leggere in questo senso l’attenzione piuttosto marcata per l’ambito audiovisivo: prima i clip con Kal Karman, poi “La febbre” e D’Alatri, poi il clip affidato a Muccino jr.. La dimensione-Negramaro è anche estetica, oltre che musicale?
Esatto. E ne è testimonianza il fatto che i primi lavori sono stati tutti autoprodotti, senza mire "spottaiole" ma cercando di fare del video una controparte creativa e puntuale a quanto cantiamo e suoniamo.
E poi, sempre rimanendo su questo campo: dietro “Mentre tutto scorre” ci sono altri due dischi. Al netto di SanRemo, mi spieghi perché vi hanno “scoperti” solo da un anno?
Sai, esistono vari circuiti. Noi li abbiamo battuti tutti perché così ci sembrava giusto fare, dicendo la nostra ovunque, ed è ovvio che alla fine siamo riusciti a farci “scoprire”, come dici tu, anche dal grande pubblico. Volendo fortemente arrivare a SanRemo. Il punto è proprio questo, però: questa settorialità in cui è frastagliata la scena italiana in realtà, alla fine, va a creare più buchi di quanto si creda e si producono universi culturali che fra loro non comunicano.
Siete voi, allora, che volete rimettere in sesto l’ormai lugubre - nonché inesistente - scena rock mainstream? In bilico fra best italian act e premio Mei, fra approccio indipendente, autonomo e suono spendibile su larga scala?
Quel che ci interessa è non rimanere chiusi nel nostro guscio e guardare fuori. Alle nuove proposte e alle nuove sonorità che arrivano, lavorandole per adattarle a quello che i Negramaro sentono. Tutto qui. Se poi questo ci porta ad occupare uno spazio che oggettivamente non trova un suo equilibrio e che adesso in Italia pochi occupano, ben venga. Ma, vorrei spiegarti, neanche ci teniamo più di tanto. Davvero: il nostro unico fine è suonare.
Oppure se vi porta ad incanalarvi in quel filone, capofila i Tiromancino, che riescono a sposare cantautorato e linguaggio sonoro “nuovo”?
Già. D’altronde Giuliano [Sangiorgi, voce] è cresciuto cullato fra Mogol e Battisti, Tenco e tutti gli altri grandi cantautori della storia nostrana. Però poi, paradossalmente, è stato il primo a capire e sposare il nostro entusiasmo nel mettere assieme le sue poesie e a costruire assieme una musica che andasse oltre e guardasse fuori. Per comunicare in modo adeguato ai nostri tempi.
Alla fine, che vi rimane del Salento?
Ci rimane un approccio alla musica più sanguigno che pensato. Più impulsivo che strutturato. In cui trovi spazio quel sentimento un po' malinconico e tutto sommato adeguato alla nostra epoca.
Che sottolinei tutto quel che "stride", nel nostro mondo?
Esatto. Fra santi e falsi dei, d'altronde. Come dicevamo all'inizio.
Articolo del
12/01/2006 -
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