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A Roma in questi giorni fa un freddo cane e per uscire deve valerne davvero la pena. Questo è ciò che mi dico mentre mi avvio a incontrare i Mississippi Mood, giovane blues band sardo-romana che ho ascoltato al Big Mama un paio di mesi fa. Mi avevano colpito molto, i ragazzi, sia per le capacità musicali, sia per la naturalezza con cui si proponevano al pubblico di Trastevere. Mi avevano colpito la voce di Francesco Semproni – che mi aveva fatto venire in mente quella di Andrew Strong, il cantante protagonista del film The Committments –, la chitarra di Enrico Polverari – ricca di energia e di echi non solo blues –, ma anche la “quadratura del cerchio” operata da Luca Pisanu al basso e da Paolo Fabbrocino alla batteria. I riferimenti musicali sono fra i migliori: Robert Johnson, Sonny Boy Williamson, Lightning Hopkins, Howlin' Wolf, fino ai maestri dell'electric blues Muddy Waters, John Lee Hooker, Albert King, Freddie King e Taj Mahal. Ero quindi curioso di conoscerli e di farci due chiacchiere, tanto più che, oltre tutto, mi sembravano simpatici e comunicativi. Dopo vari reciproci tentativi di contatto, fissiamo un appuntamento. Arrivo dunque all’Alpheus, dove i Mississippi suoneranno nell’ambito di una serata organizzata da Amnesty International, e faccio subito la rumorosa conoscenza di Semproni, che trovo a smadonnare al freddo per essere stato lasciato fuori dal locale – essendo arrivato in ritardo – per il sound check. Ci presentiamo e mi chiede subito una sigaretta. Dopo vari tentativi riusciamo a entrare. Gli altri sono già dentro e stanno cominciando a provare i suoni. Mi avvicino a Luca Pisanu – con il quale avevo preso appuntamento – che mi saluta calorosamente. Nel frattempo Semproni – ancora evidentemente incazzato per il freddo e l’attesa, minaccia sfracelli a sfondo sessuale nei confronti di non precisate – e malcapitate – fans del gruppo. Luca stacca il basso e ci sediamo a chiacchierare.
D. “Come è nato il gruppo?” R. “Enrico e io siamo di Cagliari”, esordisce con voce calma. “Enrico vive a Roma da qualche anno mentre io sono venuto qui nel 2003, dopo una (quasi) inutile laurea in chimica. Lui, negli anni scorsi, aveva conosciuto Francesco e Paolo e avevano fatto qualcosa insieme. Quando sono arrivato io, nel 2003, il loro gruppo precedente [i Blues Farm, n.d.r.] si è sciolto e sono nati i Mississippi Mood”. “All’inizio abbiamo cominciato con il rhythm’n’blues classico e con blues lenti in dodici battute. Una volta montato un repertorio, ci siamo guardati un po’ in giro per cercare posti dove suonare. Abbiamo provato anche al Big Mama, che a Cagliari è un mito, e dopo un po’ ci hanno ingaggiato per una serata. Oggi suoniamo lì almeno una volta al mese, e ne siamo molto felici e orgogliosi”. D. “A vedervi dal vivo traspare un grosso feeling fra voi. E’ così?” R. “Noi siamo una tipica band live; la nostra amalgama è nata e si è sviluppata sul palco, serata dopo serata, concerto dopo concerto”
Nel concerto a cui avevo assistito al Big Mama, i Mississippi avevano proposto alcuni pezzi scritti da loro. Ero rimasto colpito dal fatto che non si trattava di classici brani blues, ma di pezzi che, muovendo dal blues, contenevano strutture armoniche più complesse e interessanti, e dunque potenzialmente fruibili anche da un pubblico più vasto. Ne parlo con Luca, che è contento della mia osservazione: D. “Avendo maturato una ormai vasta esperienza live, avete in progetto di proporre brani originali, oltre che dal vivo, anche su c.d.?” R. “Abbiamo una decina di pezzi scritti da noi. Anche se abbiamo cercato di uscire dagli schemi ristretti del blues, siamo pur sempre un blues band, per cui non è facile per noi trovare una casa discografica, essendo il blues una musica per pochi. Per ora, dunque, auto-produrremo il materiale e poi si vedrà. Passare dalla dimensione live al disco è come passare dalla cyclette alla bici; devi sempre pedalare, ma è molto diverso. Noi cerchiamo di mettere molta cura negli arrangiamenti, proprio per cercare di rendere la nostra musica originale e non simile a quella di tante altre band”. D. “Quali sono state le tappe importanti della vostra storia?” R. “Nel 2004 abbiamo partecipato a Pistoia Blues e siamo arrivati secondi, dopodiché ci hanno invitato al festival blues di Crotone, dopo abbiamo aperto il set dei Nine Below Zero”. D. “Come nasce una vostra canzone?” R. “Noi siamo una squadra con due talenti d’attacco – Francesco ed Enrico – e due centrocampisti-difensori tosti [concordo pienamente] e dunque cerchiamo di valorizzare anzitutto la voce e la chitarra. In genere entriamo in sala e cominciamo a suonare insieme, dopodiché la canzone nasce, così, d’istinto”. D. “A parte i vostri – applauditissimi – concerti al Big Mama, per voi è facile trovare ingaggi per delle serate?” R. “Purtroppo no. Abbiamo suonato al Geronimo e poi in un paio di locali ai Colli Albani. Nel primo caso la cosa è stata abbastanza soddisfacente, nel secondo non molto; c’era gente che mangiava e che di tanto in tanto, riconoscendo qualche canzone, alzava la testa dal piatto per qualche secondo e poi tornava alle cose sue. Pensa che una volta, per vedere cosa accadeva, abbiamo smesso all’improvviso di suonare per vedere la reazione delle persone; ebbene, nessuno ha battuto ciglio!” D. “Dunque, oggi, di blues, in Italia, non si vive” R. “Purtroppo no. Ciascuno di noi conserva il suo precedente lavoro, anche se tutti noi abbiamo rinunciato ad altre carriere per dedicarci anima e corpo alla nostra musica”.
E’ la solita storia, penso. Uno che ama la musica di qualità ed è italiano è sicuramente nato nel Paese sbagliato. Luca torna al check e io mi accendo una sigaretta nell’attesa di godermi la prova. Vedo Francesco Semproni che si aggira inquieto – anche perché ci sono dei problemi con i suoni – e che di tanto in tanto mi lancia delle occhiate. Ho la sensazione che voglia dirmi qualcosa, ma non voglio distoglierlo dal suo lavoro. Dopo un po’ si avvicina, mi sorride e mi tende la mano scusandosi (!) per l’exploit di poco prima. Io sul momento non capisco, ma mentre penso a cosa voglia dire, lui si è già seduto accanto a me e cominciamo a parlare. Ha una verve clamorosa, è di una simpatia istintiva e veracissima, che si combina subito bene con la mia evidente “napoletanità”. Gli faccio i miei complimenti per la sua voce strepitosa e gli chiedo quanta fatica gli sia costata, ben conoscendo la inevitabile risposta.
R. “Mai preso una sola lezione di canto nella mia vita. Io con questa voce ci sono nato”, mi dice con la sua fortissima cadenza romana. “Alici, fumo e Jack Daniels, questo è il segreto della mia voce!” Clamoroso! Lui e la sua voce! D. “Come hai cominciato a cantare?” R. “Ero ragazzetto, una donna che mi piaceva non mi voleva, e allora sono tornato a casa, ho preso una cassetta di mio padre dove c’era Elvis Presley, e … da lì tutto è cambiato. Scrivilo! DA ELVIS E’ NATO TUTTO!”, strilla invasato.
I suoni sono quasi a posto e Francesco torna sul palco. Suonano un paio di classici; in sala siamo in tre: il fonico, il dj e il sottoscritto; è un sound check, eppure ho la sensazione che i Mississippi Mood stiano suonando per noi, con la stessa passione e lo stesso entusiasmo che mettono nei loro affollati e applauditi live set. Per gli amanti del blues, ma anche per tutti quelli che amano la vera buona musica suonata con cuore e tecnica: i Mississippi Mood sono IMPERDIBILI! Stasera al Big Mama.
Articolo del
31/01/2006 -
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