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Grande serata di punk primordiale targato U.S.A., sonorità sporche, ultimative e selvagge, in un ambiente surriscaldato fino all’inverosimile per un ritorno alle radici malate del rock and roll, con i gruppi della Bay Area che come per incanto risorgono, tornano a colpire duro e sconvolgono le fragili certezze di chi si presta all’ascolto e stupidamente pensava di poterne fare a meno… Aprono le danze le Felt-Ups, da Roma, vere e proprie “ragazzine terribili” del punk rock , da poco messe sotto contratto dalla Hate Records e che, in attesa del primo disco, ci regalano un “set” immediato e divertente che comprende oltre a brani originali di buona fattura come “ I Don’t Want It” e “ Feel Me Up”, le “cover versions” di “Cherry Bomb” delle Runaways e di un classico come “Louie Louie”. E’ la volta poi dei Terminals, da Vicenza, una band giovane, scatenata e ribelle che ci offre solo un assaggio dell’attitudine al rumore che li contraddistingue, quanto basta però per soddisfare e completare il giro degli antipasti in attesa del piatto forte della serata. Ecco infatti che arrivano i redivivi White Flag, da Los Angeles, protagonisti assoluti di quella corrente di “hardcore punk” che mise a ferro e a fuoco la California diversi anni fa. Il mitico Pat Fear, chitarra basso e voce, grinta e personalità da vendere, aggredisce subito il pubblico, ben supportato da Doug Graves, El Swe, Victor M. Surrounded e da Kim Crimson. Si parte alla grande con “On The Way Down” e “Don’t Bring Me”, brani tratti da “Eternally Undone” e riconosciamo subito l’insana miscela di afflato punk e di melodie tipicamente anni sessanta che caratterizza da sempre il gruppo. Fra insulti al presidente americano George W. Bush e un coinvolgimento a più riprese del pubblico in sala, l’esibizione dei White Flag raggiunge il suo apice con “Piangi Con Me”, la “cover” di “Live For Today” resa celebre qui da noi dai Rokes di Shel Shapiro. Pat Fear la urla a squarciagola in italiano, coadiuvato da un ragazzo del pubblico, chiamato a cantare sul palco. Il divertimento è assoluto, l’energia che si diffonde in sala è calda e graffiante, puntello ideale per le convinzioni anarchiche e libertarie della band e infatti, poco prima della fine, Pat Fear - divertito e irriverente - strappa sul palco una fotografia dello stesso Bush, odiato da tutti gli “outcast” pacifisti e ribelli della California. Poco dopo entrano in scena The Avengers, da San Francisco, per la prima volta in Italia, la band che dopo una breve stagione punk fra il 1977 e il 1979, si è riformata sei anni fa intorno alla geniale, bella ed affascinante “vocalist” Penelope Houston e al chitarrista Greg Ingraham, in tour con Joel Reader al basso e Luis Illades alla batteria. Delle loro canzoni si diceva che erano come delle “grosse pietre gettate dalla finestra per separare il falso dal vero” e in effetti l’esordio del gruppo è straordinario e ci regala subito “We are The One” l’inno di quella generazione, materiale infiammabile, sonorità devastanti e un ritmo serrato, siamo tutti emozionati davanti ad una leggenda che rivive e ad una Penelope Houston assolutamente carismatica, che ha tutta l’energia di una ragazza e la rabbia di una donna sofferta, consapevole e matura. E via ancora con “Thin White Line”, “Teenage Rebel“, “Corpus Christi” e la fantastica “Open Your Eyes”, che invita tutti a guardare dentro le cose, a liberarsi dalle paure e schierarsi. Subito dopo arrivano rapide e veloci le esecuzioni di “Cheap Tragedies”, “End Of The World”, “Second To None” e di “White Nigger”, Penelope è in gran forma, si diverte a vedere il pogo selvaggio che si è scatenato sotto il palco, non si risparmia praticamente mai, dotata di una vocalità variegata e multiforme, delicata e sofferta nello “show case” acustico che l’ha vista protagonista sabato pomeriggio nei locali di Radiation Records, assolutamente furiosa e potente questa sera in una notte punk che sembra voler ripartire dai suoni lasciati in eredità dai Sex Pistols e dai Damned alla fine degli anni settanta, subito raccolti dagli Avengers nella West Coast americana. Non poteva mancare una escuzione fortemente evocativa e drammatica di “Paint It Black” dei Rolling Stones, così come “The American In Me”, vero e proprio manifesto politico e culturale sui problemi che incontra chi come Penelope Houston si dissocia da sempre con intelligenza e vigore dall’"american way of life", e si sottrae alla macchina “trita tutto” rappresentata dal potere dei mass media. Richiamati a gran voce sul palco gli Avengers, stanchi ma soddisfatti, promettono di tornare ancora e ci regalano una versione sparata di “Fuck You” che chiude una serata emozionante e sudata, dove il punk, quello vero, torna a farsi sentire, e si ripresenta come musica vera alla quale tornare nei tempi difficili, quali quelli che stiamo attraversando. Mi piace chiudere con una frase scritta sul muro nei gabinetti del Circolo “In caso di emergenza, rompete il silenzio”, l’esatto proposito dei White Flag e degli Avengers, una lancia acuminata contro le piacevolezze, le falsità e i compromessi del vivere quotidiano. Punk Is Not Dead! (and will never die!)
Articolo del
06/02/2006 -
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