|
Benché non possano essere annoverati tra quelli che, solo a sentirli nominare, fanno scattare ovazioni e gridolini d’entusiasmo, gli Editors sono tra i pochi artisti ad essere stati urgentemente richiamati sul suolo italico a distanza di poco tempo dalla prima apparizione. Sono, infatti, passati appena tre mesi dal primo viaggio a Milano e, tenendo conto che l’esibizione del 5 febbraio ha chiuso una tripletta alla quale hanno contribuito le tappe di Rimini e Roma, ci si è accostati al concerto con la curiosità di riscontrare quale segreto si nasconda dietro ad una formula che fa incetta di consensi. Oltre che per riassaporare le note di “The Back Room”, il pubblico è intervenuto per vedere alla prova un’altra formazione che, a dispetto dell’etichetta d’illustri sconosciuti che accompagna la maggior parte dei gruppi spalla, non è del tutto oscura al pubblico italiano. Anzi, a giudicare dal look virato su un funereo gothic, molti dei presenti avranno trovato particolarmente succulenta la pietanza servita dai Gliss, trio che viaggia sotto le insegne dell’indie rock fattosi notare lo scorso giugno in apertura dei concerti di Billy Corgan e prima ancora apprezzato in abbinamento con i Black Rebel Motorcycle Club. Sospinti da un convinto stuolo di ammiratori e dall’altisonante aspirazione di rifarsi a nomi del calibro di Wilco, T-Rex e Tricky e di emulare la destrezza elettronica dei Depeche Mode, la band americana è riuscita a lasciare alcuni segni tangibili: discreta proprietà di linguaggio, buona capacità di cavalcare le onde dark e, soprattutto, una duttilità davvero fuori dal comune. Con assoluta nonchalance, Martin, Victoria e David si sono avvicendati all’uso dei vari strumenti (chitarra, basso e batteria) e hanno sfoderato un groviglio sonoro che, pur commettendo qua e là dei peccati di gioventù, ha assolto al gioco di citazioni senza timori reverenziali e senza strafare. Terminata la performance, hanno poi confermato un lodevole spirito di abnegazione partecipando all’allestimento del palco per gli Editors e presenziando al tavolino posizionato all’ingresso del locale per vendere i loro cd. I Gliss sono stati a loro volta preceduti dagli interessanti Archie Bronson Outfit, che alle tinte dark uniscono un sano impegno art rock, e pertanto il gruppo di Birmingham è apparso alla nutrita platea – non c’è stato il tutto esaurito, comunque – dopo un’attesa sfiancante. I primi rintocchi sono stati scanditi dalla rocciosa “Lights”, che ha prontamente messo in luce la sferzante batteria di Ed Lay ed una voce in grado di agire in profondità: Tom Smith ha infatti un timbro inconfondibile, che si dispiega a metà strada tra il suadente registro di Chris Martin e le vette tonali scalate da Paul Buchanan dei Blue Nile. L’ombra del leader dei Coldplay si materializza allorché Smith, seduto all’organo, ne simula la postura e la voce eseguendo “Camera” che, purtroppo, dal vivo non riesce a dissipare le perplessità suscitate in studio: il fraseggio melodico iniziale seduce, ma nel prosieguo il pezzo si avvita in se stesso e non riesce ad aggirare le secche dell’enfasi. Meno male che è stata sottratta alla scaletta “Distance” che, essendo intrisa della stessa mollezza, avrebbe corso il rischio di infilarsi in un altro impalpabile labirinto. Più fluide “Blood” e “All Sparks”, mentre trascinante si è rivelata “Munich”, dotata di fibra più robusta e di tentacoli in grado di penetrare nei meandri delle radio FM. Il punto è proprio questo: finché si scorrazza per le terre della schietta new wave, l’effetto è gradevole e refrigerante; quando l’asticella si alza e la rotta si sposta su una dimensione più melliflua, gli Editors cominciano ad imbarcare acqua. Lo show non ha dipanato questa contraddizione e gli applausi sono scrosciati solo quando è stata messa da parte l’inclinazione intimista. Come in “Fingers In The Factories”, brano conclusivo, che ha pilotato Smith e compagni verso un congedo di sicura presa. In cinquanta minuti la pratica è stata archiviata e ciò ha fatto serpeggiare un certo malumore tra le pareti del Rolling Stone. Il concerto è stato preceduto da trepidanti aspettative e in cambio era lecito sperare in una risposta meno fredda e repentina. In definitiva, a sussulti ed interessanti sortite si sono alternati sbandamenti e prevedibili passaggi a vuoto. Lo spettacolo funziona ad intermittenza: convincente quando la velocità di crociera resta alta e non si guarda a fronzoli superflui, zoppicante quando si innesta una marcia inferiore ed il suono è trattato con il cesello. Siamo ancora lontani dalla maestria con cui, ad esempio, i Radiohead, al Lazzaretto di Bergamo, due anni fa hanno stupito tutti scatenando dapprima la furia di “There There” e poi la rassicurante dolcezza di “Sail To The Moon”. “The Back Room” ha fatto baluginare della stoffa, ancora parzialmente inespressa. Gli Editors si sono incamminati sulla giusta via, ma affinché dal capitolo delle promesse si passi a quello della realtà devono essere sfogliate molte pagine. In studio e sul palco.
Articolo del
08/02/2006 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|