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Assistere ad un concerto di John Cale significa passare in rassegna gli ultimi trenta anni di musica moderna, vuol dire rivivere sul piano emotivo e seguire poi con la mente il flusso inarrestabile di mirabili intuizioni che hanno portato questo compositore gallese, figlio di un minatore e di una insegnante, a diventare un punto di riferimento assoluto di tutta la scena musicale contemporanea, e non semplicemente del rock and roll. E’ stato lui a fondare, insieme a Lou Reed, nel 1965, i Velvet Underground, gruppo fondamentale per il rock d’avanguardia, amato e supportato dal geniale Andy warhol, che si avvalse poi del contributo vocale dell’inimitabile Nico, musa ispiratrice dello stesso Cale. Fu lui a produrre l’album d’esordio degli Stooges di Iggy Pop e più tardi collaborò da vicino anche con Patti Smith, il tutto senza mai negare se stesso, ispirato classicista prestato al rock and roll, genio della sinfonia e, al tempo stesso, mistico minimalista, sperimentatore e autore di tenere ballate acustiche così come di canzoni iconoclaste all’insegna del punk rock. Quello che ci troviamo davanti questa sera è un signore di 64 anni, dal fisco asciutto, di una semplicità sconcertante ma posseduto da un rigore assoluto, frutto della sua coerenza artistica e compositiva. Lo accompagnano sulla scena Dustin Boyer, Joseph Karnes e Michael Moore, musicisti molto giovani, ma davvero bravi che assecondano volentieri le continue variazioni del Genio. Si comincia con una versione da brividi di “Venus In Furs”, un classico dei Velvet che John Cale esegue alla viola nel silenzio più assoluto dettato dall’emozione di tutti e poi via con un salto di trentacinque anni arriva il rock and roll divertito di “Perfect”, tratta da “Black acetate” il suo ultimo album. E ancora una versione riveduta e straniata, comunque bella, di “Femme Fatale” , seguita da “Hush” e da “Outta The Bag”. Cale alterna momenti acustici a scariche elettriche dirompenti, è sempre lui, l’erudito DrJekyll e Mr Hyde che conoscevamo, regala tanto odio ad un fotografo incauto che continua a riprenderlo, e poi esegue “Guts”, un brano viscerale e bellissimo, la storia di un uomo che uccide l’amante della moglie e ne getta via il cadavere come fosse “parrot shit” (cacca di pappagallo), e poi ritorna di nuovo romantico all’improvviso con la stupenda “Lost Horizon” tratta da “Hobo Sapiens”. Stare lì a sentirlo è un incanto, pochi minuti dopo invita il pubblico a lasciare i posti in poltrona, e a venire sotto palco perché in fondo si tratta pur sempre di rock and roll… E’ lui, l’allievo di John Cage , il seguace di La Monte Young, dal quale ha imparato i concetti di disciplina e di rigore, che torna ad essere sognante su “Magritte” una ballata dedicata al suo pittore preferito, e poi un classico come “Dirty Ass Rock And Roll” scanzonata e divertente. E’ il momento di “Gun”, un pezzo che ricorda a tratti la ferocia di “Sister’s Ray” dei Velvet, e ancora “Things” una ballata elettrica, piacevolmente andante, ancora tratta da “Hobo Sapiens”, e poi “Sold Motel” e “Gravel Drive”, oscure ed inquiete come mai, da “Black Acetate” l’ultimo disco. Il concerto si conclude con una esecuzione delirante e nervosa di “Pablo Picasso”, quello che non tutti si aspettano da un professore di viola, da un diplomato al Conservatorio, che ha però da sempre una sola missione nella vita, quella di disimparare tutto quello che gli avevano insegnato a scuola!!! John Cale torna poi sul palco solo per eseguire una stupenda versione acustica di “Buffalo Ballet” e ci lascia sulle note di “Ship Of Fools” in una serata fredda di inverno riscaldata soltanto dalla sua musica, affascinante ed inafferrabile, fuori dal tempo e dalle mode culturali.
Articolo del
15/02/2006 -
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