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Gli Avengers sono stati un gruppo fondamentale all’interno della scena punk della American Bay Area nel 1977. Furono loro i primi a recepire il verbo della musica iconoclasta inglese, che recitava i versi dei primi Sex Pistols, dei Damned, di Siouxsie… La loro stagione si consumò presto nei vari clubs di San Francisco, ma il loro album d’esordio, semplicemente intitolato “The Avengers”, con quella copertina rosa, rimane storico fra i cultori del punk rock più estremo e selvaggio. Brani come “We Are The One” e “The American In Me” furono dei veri e propri inni generazionali per tanti “angry young boys” che non si riconoscevano nel sogno americano. Tanto tempo è passato da allora, Penelope Houston - che degli Avengers era la “front-girl” e la principale “songwriter” - ha dato inizio ad una lunga e fortunata carriera solista, orientata verso canoni espressivi decisamente diversi, ma non ha mai dimenticato il suo passato. Sei anni fa, insieme a Greg Ingraham, il suo chitarrista di allora, ha deciso di rimettere insieme la band, di ripartire in tour e The Avengers sono così sbarcati finalmente anche in Europa. Abbiamo incontrato Penelope al Circolo degli Artisti al termine della sua fortunata esibizione romana e siamo riusciti a scambiare qualche parola con lei…
GDC: Quale emozione hai provato nel tornare a suonare, dopo tanti anni, come Avengers? P.H.: “E’ stato fantastico! La prima volta è stata circa sei anni fa , quando abbiamo suonato in un club di San Francisco. Ero molto preoccupata, ero molto nervosa. Mi chiedevo se a 48 anni compiuti sarei stata in grado di essere la stessa... Ma poi il suono delle chitarre e l’energia del pubblico ci hanno letteralmente sollevato da terra, è diventato tutto molto più semplice ed anche molto naturale, un po’ come all’esordio.”
GDC : Che ricordo hai dell’atmosfera di quegli anni? P.H. “Ricordo solo un grande fervore, che era tutto in movimento, che era tutto possibile! E poi che si respirava un’aria di libertà e c’era tanta voglia di esprimersi interamente, per quello che si era, senza filtri eccessivi. Adesso è tutto diverso. Il punk rock esiste ancora, certo, ma è stato assorbito quasi per intero dalla pop-music. Non è la stessa cosa. Ma nessuno se ne accorge.”
GDC: Che rapporto avevate con gli altri gruppi punk di allora? Con quelli della East Coast, per esempio, mi riferisco a Television, Patti Smith, Ramones… P.H.: “La scena punk di San Francisco e della Bay Area in generale era molto più aperta e anche molto più selvaggia rispetto a quella della East Cost, in particolare di New York. Loro erano più ricercati, più attenti allo stile, noi invece eravamo più aggressivi, politicamente più schierati e di certo più influenzati dalle sonorità del punk inglese.”
GDC: Su “We Are The One” voi parlavate chiaro “Siamo i bambini del domani/ non siamo Gesù Cristo/ non siamo dei porci fascisti/ non siamo comunisti” Che cosa c’era dietro quella canzone? P.H.: “Quel brano era il nostro inno, condiviso all’epoca da tanti altri ragazzi come noi. Non volevamo essere etichettati da niente e da nessuno, volevamo solo essere accettati per quello che eravamo e ascoltati per quello che dicevamo, tutto qui. Riguardo al resto, alle liriche che hai citato, erano qualcosa di giocoso, così tanto per divertirci un po’.”
GDC : In genere sui testi degli Avengers ti scagliavi molto contro la religione, la vocazione alla sottomissione e al martirio… P.H.: “Sì, infatti credo che la religione, intesa come struttura ecclesiale, abbia da tempo perso ogni connessione con il suo lato spirituale ed ascetico e serva soltanto a trasformare gli esseri umani in un greggio di pecore.”
GDC: Sul testo di “The American In Me” ti rivolgi alla tua nazione, agli U.S.A., e non certo in termini comprensivi e benevoli, ti chiedi ancora “come mai la gente non ha mai capito che John Kennedy è stato assassinato dalla FBI ” Cosa ti fa arrabbiare di più di quanto succede in America? P.H.: “Siamo sempre stati respinti dai media e dall’establishment, non ci hanno mai voluto ascoltare, ma non ci siamo mai arresi. Abbiamo eseguito più volte quella canzone dal vivo durante dei “benefit concerts” per raccogliere i fondi necessari a contrastare l’ascesa di George W.Bush alla Presidenza degli Stati Uniti. Purtroppo non è andata bene. Vedi, il fatto è che gli Americani sono brava gente, ma si famnno impressionare molto, anche troppo, da quello che vedono in televisione. Restano annichiliti da tanta violenza, la loro mente viene talmente stordita dalla immagini della realtà televisiva che poi non ce la fanno ad andare oltre quello che vedono e non approfondiscono mai niente nella realtà quotidiana. L’omicidio di John Kennnedy è un chiaro esempio di quanto ti sto dicendo, ed è di questo che parlo nella canzone.”
GDC: Nei tuoi album come artista solista si nota un approccio prettamente acustico che rischia di sorprendere quanti ti conoscevano come “vocalist” degli Avengers... P.H.: “Sì, lo so, me ne rendo conto, ma voglio che loro sappiano che non c’è poi tanta differenza fra un pezzo punk e una ballata acustica. Per quanto mi riguarda c’é dentro la stessa passione. A volte però uso le mie composizioni acustiche per fare delle affermazioni più intime e sottili, come su “I’m Glad I’m A Girl”, per esempio…”
GDC: O anche su “If You Are Willing” che un brano bellissimo ma che non ricordo di aver ascoltato su nessuno dei tuoi dischi… P.H.: “E infatti quella è una canzone nuova che farà parte del prossimo album che sarà pubblicato fra un anno circa, se tutto va bene”
GDC: Scrivi anche poesie, non è vero? Come ti poni rispetto alle diverse forme espressive? P.H.: “Quando scrivo poesie non mi sento obbligata ad aassonanze o a rime, cosa che invece accade regolarmente nelle mie canzoni.”
GDC: Si parla molto di privazioni, di sofferenze e di dolore nei tuoi pezzi acustici… P. H.: “Sai, sono sopravvissuta a tante cose. E ho vissuto abbastanza per dirti che il dolore, quello vero, ti fa diventare più forte. Quando mi sono divorziata ho trasferito la mia sofferenza sulle liriche di una canzone. All’inizio mi era difficile eseguirla in pubblico, ora però invece mi è utile, perché in un certo senso mi aiuta a mettere distanza fra me e quello stato di dolore.”
GDC: Oltre alla tua dimensione solista, farete un disco interamente nuovo come Avengers? P.H.: “No, non credo proprio. Anche perché il pubblico che viene a sentirci dal vivo ci chiede sempre gli stessi pezzi, quelli vecchi. Allora preferisco concentrarmi sul mio prossimo album solo”
GDC: Riesci ad essere musicista a tempo pieno o fai dell’altro per vivere? P.H.: “Attualmente lavoro nella Biblioteca Comunale di San Francisco, ma soltanto per 20 ore alla settimana. Così ho molto tempo per me. Posso continuare a fare musica, a scrivere poesie, a fare dei “reading” di letteratura e - adesso che finalmente sono in ferie - sono in tour in Europa con gli Avengers. Domani abbiamo un giorno libero e sono molto contenta così posso andare a farmi una passeggiata lungo le strade di Roma!”
Articolo del
17/02/2006 -
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