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Spiace dirlo, ma gli scozzesi Arab Strap sono il classico gruppo di “seconda fascia”, quelli a cui compri il disco se (e solo se) al tuo spaccio preferito di CD, nel momento in cui ti ci trovi a passare, non trovi null’altro che ritieni irrinunciabile. O che magari acquisti se lo trovi usato e a buon prezzo, ma a spenderci 20 euro ci pensi non una, ma una quarantina di volte. Lo stesso ragionamento lo abbiamo applicato a questa loro esibizione live (la prima in assoluto, nonostante siano in giro già da una decina di anni) in territorio capitolino; se fossero ivi calati in sequenza – come accadeva negli stessi giorni a Milano – Depeche Mode, Clap Your Hands Say Yeah e Laura Veirs – probabilmente avremmo passato la mano, ma vista l’attuale, speriamo contingente, penuria di concerti abbiamo ritenuto opportuno presenziare, sperando che magari dal vivo gli Arab Strap ci regalassero qualche inattesa epifania. Intorno alle 23.00 si presentano quindi sul palco del Circolo il roscio e stempiato Malcolm Middleton (chitarra) e il pingue barbuto Aidan Moffat (voce e talvolta tastiere), due che devono solo ringraziare che sia intervenuta la Rivoluzione Rock degli anni sessanta perché in precedenza, visto il loro (inesistente) appeal estetico avrebbero potuto al massimo aspirare ad una onesta professione da compositori dietro le quinte, in stile “Brill Building”. A loro fianco, tre ancor più anonimi comprimari di cui conosciamo solo i nomi di battesimo: Michael al basso, Scott alla batteria e Stevie al piano e chitarra. I cinque propongono subito “Stink”, la melodiosa apertura anche dell’ultimo album “The Last Romance”, a cui fa seguito la più acida (fin dal titolo) “Fucking Little Bastards” da “Monday At The Hug & Pint”. Eseguono, nel corso di poco più di un’ora di concerto, almeno ¾ di “The Last Romance”, accolto con entusiasmo dal foltissimo pubblico, quasi anche più di punti fermi del nuovo “scottish pop” quali “Piglet” e “New Birds”. Parla poco, Moffat, e beve molto: almeno una mezza dozzina di lattine Peroni, che tiene costantemente in mano durante l’esibizione. Per il bis di prammatica Middleton e Moffat si ripresentano da soli per un interludio acustico che li vede eseguire “Confessions Of A Big Brother” e “Serenade”; i tre senza cognome sono quindi richiamati sul palco per “Screaming In The Trees” ed una conclusiva gioiosa, dall’incedere trionfale, “There Is No Ending” - che chiude anche "The Last Romance" -, forse il brano migliore della serata. E sul finire c’è spazio anche per un “tris”, una sgangherata e a tratti esilarante versione da karaoke-pub del classico di Bonnie Tyler “It’s A Heartache”, cantato con un accento scozzese che più scozzese non si può. Alcune considerazioni finali. 1) E’ stato un concerto gradevole, non esaltante e…no, sullo “status” degli Arab Strap nel Nuovo Ordine Mondiale rockettaro non abbiamo cambiato idea; 2) “The Last Romance” è un disco eccellente dove Middleton e Moffat hanno realizzato l’impossibile sintesi tra i Coldplay e i Pogues, con una spruzzata di “pop” alla Belle & Sebastian ma con un tono più virile e “vissuto”. Compratelo, se del caso spendendoci anche 20 e passa euro: li vale tutti; 3) Ci siamo stufati di vedere non-spettacoli propostici da gruppi i cui componenti sono esteticamente impresentabili e perdipiù indossano i vestiti stropicciati da una settimana di serate passate al pub. Ci piacerebbe – anche per cambiare – che qualcuno rispolverasse i lustrini di James Brown, le carnevalate dei Kiss, le “gag” goliardiche dei Devo. Ci piacerebbe, in mancanza di carisma – pochissimi ce l’hanno – (ri)vedere un po’ di glamour e di follia. Viva l’artificiosità, e basta con la sincerità che è così anni ’90 ed è facile che scavalli nella sciatteria. Perché in fondo questa è Arte.
Articolo del
22/02/2006 -
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