|
Delle varie antologie curate dalla ECM, questa sembra essere la più articolata ed esaustiva. L’inizio non poteva essere che dei migliori. Si parte, infatti, come era ovvio attendersi, alla grande, da quel genio poliedrico ed innovativo che meglio di ogni altro ha rappresentato il sodalizio fra la casa discografica diretta da Manfred Eicher ed il mondo del jazz e che più di ogni altro ha saputo percorrere le vaste quanto insidiose terre di confine fra avanguardia e musica colta, sperimentazione e suggestioni etniche: Keith Jarrett, l’anacoreta del jazz. L’antologia si compone di brani poco conosciuti, ma non per questo meno rappresentativi di un modo di fare e concepire musica che ha portato l’autore, nell’arco di circa quasi trent’anni, a rivoluzionare il concetto stesso di melodia e di improvvisazione jazzistica. In tutto 2 CD che mettono in mostra la complessa personalità dell’artista, ne documentano performances ed esibizioni dal vivo, ne evidenziano l’eclettismo straordinario e la polivalenza sia in termini di strumenti suonati che di generi musicali visitati. La compilation contempla dunque 24 brani di altissimo livello artistico, dove naturalmente spicca lo straordinario lavoro al “piano solo”, di cui Jarrett è caposcuola incontrastato. L’antologia, come già anticipato, costituisce la prima di una serie di pubblicazioni intese a cogliere gli aspetti più significativi, le intuizioni e i progetti di alcuni dei musicisti che hanno fatto la storia del jazz contemporaneo. Fra questi Chick Corea, Bill Frisell, Gary Burton, Jan Garbarek ed altri. Intolata “Rarum”, la raccolta sarà corredata di foto e note biografiche, Ma rimanendo a Jarrett, è evidente che la complessità stessa della sua opera, la valenza quasi enciclopedica della sua produzione, la vastità dei temi toccati, l’eterogeneità delle esperienze attraversate, ne rendono difficile un giudizio approssimativo: a meno di non scandalizzare qualcuno. Tuttavia l’originalità dell’idea lanciata dalla ECM consiste proprio nel fatto di rendere possibile attraverso una serie di inediti e di registrazioni poco conosciute (tratte da 11 album incisi nel periodo fra il 1974 ed il 1994), una retrospettiva quantomeno documentata e non dispersiva. Si inizia con alcune improvvisazioni al clavicordo tratte da “Book of Ways”, quindi si procede con una serie di brani ricavati da “Invocations” (1980) e da “Spirits” (1985). Spirits in particolare è un album insolito, dove Jarrett si esibisce con disinvoltura ai più disparati strumenti: dal sassofono al flauto alle percussioni. Vi sono poi composizioni eseguite con Jan Garbarek ed il quartetto europeo degli anni ’70, dove appaiono evidenti i riferimenti alla “world music” e più in generale ad un tipo d’esperienza artistica “universale”. Ben rappresentata infine la produzione alla guida dello Standard Trio, con Jack DeJohnette alla batteria e Gary Peacock al contrabbasso. Inutile dirlo: ci troviamo di fronte ad una delle formazioni più significative in assoluto del jazz contemporaneo, forse l’esperienza più matura, in senso strettamente jazzistico, che il musicista abbia saputo esprimere nel corso della sua decennale carriera. Ma soprattutto è dedicato ampio spazio alla produzione al piano solo, con brani sorteggiati dai “Munich Concerts“ e dall’innovativo “Dark Intervals”. Mancano, si è vero, selezioni tratte dal leggendario “Koln Concert” (una lavoro del 1975 dal sapore e dall’intonazione vagamente pop, criticato dai puristi del jazz perché troppo commerciale, ma proprio per questo amatissimo dal pubblico rock, dove Jarrett riesce a dar vita ad uno stupendo amalgama di intuizioni minimaliste ed intimiste) o dall’insuperabile “Sun Bears Concerts”, un cofanetto di 10 LP realizzati dal vivo in Giappone, ma la mancanza non si fa affatto notare. La compilation annovera infatti materiale estremamente vario ed originale che, a detta dello stesso Jarrett, evidenzia un lato forse meno conosciuto della sua produzione, ma non per questo meno interessante e degno di attenzione. Comunque la si voglia considerare, questa raccolta mette in luce il “musicista totale”, l’ubiquità di un progetto musicale che al tempo stesso è libertà ed improvvisazione, disciplina e spontaneità, ma soprattutto ricerca appassionata e trasversale di stili ed idiomi. Ed è questo l’aspetto che emerge più di ogni altro dal monumentale lavoro solistico: vertiginose fughe al piano, inseguimenti spasmodici, guizzi in puro stile free, fraseggi discontinui, alternati da interruzioni ritmiche che improvvisamente ascendono verso l’alto, verso la melodia, e culminano in momenti di magico lirismo e sospensione. E’ la carta di identità di un musicista complesso, di fronte al quale il musicologo, il critico o anche il semplice appassionato devono abbandonare qualsiasi forma di approccio basato su schemi precostituiti e metter da parte qualsiasi forma di preferenza musicale. Jarrett non fa jazz, non fa new age, non fa world music, la sua opera non è inquadrabile in un preciso ambito stilistico. La sua non è musica colta, non è accademia, non è nemmeno avanguardia in senso stretto. Egli è semplicemente totale: totale nella infinita gamma di approcci al tema, totale nel modo stesso di intendere l’improvvisazione, che diventa un insieme di scatole cinesi, ognuna delle quali contiene in sé i germi della successiva. Dunque la musica tende verso una perfezione sempre in movimento e sempre in ogni caso straordinariamente nuova. Emerge inoltre da queste registrazioni un’altra caratteristica importante dell’autore: quella sorta di approccio fisico al pianoforte, di catarsi gestuale manifestata attraverso grida e gemiti, come a voler scavare nelle viscere dello strumento alla ricerca di sempre nuove emozioni e sollecitazioni sonore. Accanto all’improvvisatore in trio, geniale interprete di ballads e motivi della tradizione popolare americana, esiste dunque l’improvvisatore solitario, l’anacoreta che si spinge ad esplorare tutti i possibili confini della musica, dal jazz all’avanguardia al repertorio classico. Un repertorio classico, tra l’altro, fatto di stupende (e rigorose) riletture di Bach ed Handel, che andrebbe a mio avviso ulteriormente approfondito, anche se le esibizioni al clavicordo in apertura del CD sono più che sufficienti per dare un’idea della vastità dell’opera jarrettiana. Emergono infine alcune delle caratteristiche salienti del suo stile pianistico: preparazione tecnica, conoscenza dei linguaggi, introspezione e, comunque sia, una profonda cultura musicale. Fra i modelli che, da un più attento ascolto del CD, è possibile individuare, sono senz’altro da annoverare Bill Evans, McCoy Tyner, Ahmad Jamal, ma soprattutto Paul Bley e Cecil Taylor, pianisti che Jarrett considerò non a caso come punti di riferimento della sua evoluzione musicale. Jarrett, pur seguendo un percorso assolutamente originale ed innovativo, condivise di fatto sia il gusto per la melodia di Bley che il concetto di improvvisazione totale di Taylor. Ma diversamente da Taylor, la musica di Jarrett non ricorre alla destrutturazione del suono nel tentativo di pervenire ad una totale emancipazione dagli schemi, bensì considera l’armonia come elemento irrinunciabile di valutazione estetica. Di qui il concetto di “creazione istantanea”, intesa come sostanziale equilibrio fra forma e struttura, composizione ed improvvisazione, creazione e disciplina, spontaneità e melodia. Non sono purtroppo presenti nella raccolta brani di Facing You (1971), che è praticamente il disco “capolavoro” con il quale Jarrett inaugura la lunga serie di improvvisazioni al “piano solo”. Peccato, sarebbe stato interessante capire la genesi di un fenomeno che contagiò in diversi modi la maggior parte dei pianisti di talento dell’epoca (è quasi contemporanea infatti l’apparizione delle “Piano Improvvisations” di Chick Corea). In un momento, quello a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, in cui le principali tendenze musicali sembravano propendere verso il jazz-rock ed il free ed in cui persino maestri del calibro di Miles Davis sembravano volersi avventurare lungo i sentieri impervi della fusion e dell’alchimia elettrica, la produzione solistica di Jarrett pareva muoversi palesemente controcorrente. Giudicato inattuale, in realtà Jarrett intraprendeva la strada di un’estetica totalmente acustica, resuscitando il gusto per la melodia ed il rigore formale, e perveniva con largo anticipo sui tempi a risultati a dir poco strabilianti, ad un successo senza pari. E come non gioire quando, in alcuni brani del CD, Jarrett si abbandona ai ritmi ed alle suggestioni della musica pakistana? Si è detto di Jarrett che la melodia è in fondo il suo modo di comporre, tramite il quale l’artista tende verso un modello e una perfezione mai identici. Per Jarrett nulla è compiuto o stabilito a priori; semmai tutto è in costante movimento, in libera incessante creazione.
Articolo del
15/10/2002 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|