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Il locale è sold out, una fila di trepidanti giovanissimi aspetta l’ingresso in una Londra stretta nella morsa del gelo. I fans del gruppo sembrano noncuranti di tutto: il freddo, la ressa, l’attesa….. Davvero uno strano fenomeno, quello dei Death Cab for Cutie: quattro album alle spalle, una gavetta infinita e un passaggio attraverso l’indie pop americano privo di un vero e proprio spessore. Un buon seguito nel circuito indipendente con “Transatlanticism”, autentica perla della musica indie, ma mai un definitivo successo. E poi arriva “Plans”, ultimo lavoro firmato dai quattro ragazzi di Seattle, il primo concluso con la Atlantic Records: undici canzoni pop, un suono molto delicato, una voce leggera e una tastiera dolce, che lanciano la band nel mondo delle Major. Addio bandiera Indie. Il pubblico di adolescenti, con poche rare eccezioni, si esalta per ogni cosa e non smette di battere le mani quando Benjamin Gibbard e compagni, sul palco dell’Astoria, danno vita alle canzoni del nuovo album. “Transatlanticism” sembra essere un insuperabile ricordo. E’ vero che il successo in sala, prevedibile, dovrebbe far pensare il contrario. Ed è vero che il quartetto dal vivo se la cava niente male: buone atmosfere, soprattutto nelle canzoni lente come “Brothers on a hotel bed”, dove il piano sovrasta ogni cosa e trascina i cuori più sensibili del pubblico adolescente nel loro infinito mondo dei sogni. Ma l’emozione vera dov’è? Gli animi si accendono con Summer Skin, si disperdono nell’aria con “Soul meets body”, ed una dopo l’altra le canzoni si susseguono insieme agli applausi. Sì, ma l’emozione? La sensazione è che la band abbia subito l’inevitabile fascino delle vendite facili e che il passo indietro, a livello qualitativo, rispetto all’enorme lavoro precedente sia così lampante da rovinare la serata. Ma onore all’instancabile, quasi delirante pubblico che accompagna il concerto senza mai dare l’impressione di averne abbastanza di quel suono fortemente melodico, dove regnano incontrastati il piano e gli arpeggi delicati della chitarra. Se l’obiettivo dei Death Cab era quello di sfondare tra il pubblico adolescenziale e teledipendente, allora i ragazzi di Seattle hanno fatto centro.
Articolo del
23/03/2006 -
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