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Sarà stato l’effetto della recente “reunion” del gruppo a Londra in occasione del Live 8, un concerto fantastico trasmesso in mondovisione, o più semplicemente sarà stato perché la musica dei Pink Floyd non veniva eseguita dal vivo in Italia dal lontano 1994, fatto sta che l’esibizione romana di David Gilmour, esimio chitarrista e “vocalist” di quella storica band, registra il tutto esaurito in ogni ordine di posto e malgrado il fatto che i biglietti andavano dai 120 euro della platea ai 90 della galleria!!! La formazione con cui David Gilmour si presenta sulla scena è di valore assoluto e comprende l’altro Pink Floyd, Richard Wright, alle tastiere, accanto a Guy Pratt al basso e a Dick Parry, al sassofono, da tempo memorabile nella “tour band” del gruppo, e un sorprendente Phil Manzanera, dei Roxy Music, relegato al ruolo di seconda chitarra. Insomma, la crema del rock progressivo inglese degli anni settanta, musicisti che Gilmour ha voluto accanto a sé anche nella registrazione del suo nuovo album. Si spengono le luci, si alza una fitta coltre di fumo dalla quale ben presto spunta la sagoma di David Gilmour che ci regala un incredibile “guitar solo” quale biglietto da visita del “live act” della sua band. Al pubblico assetato di nostalgia che lo assale con una pioggia di titoli a richiesta, comunica con tutta calma e grande signorilità che il concerto sarà diviso in due parti: la prima dedicata quasi esclusivamente alla presentazione di “ On An Island”, il suo nuovo album, la seconda invece offrirà spazio anche a delle citazioni dal recente passato. Grida di approvazione lo accompagnano mentre si accinge ad eseguire le note di “The Blue”, “Take A Breath” e “Where We Start”, tutte composizioni impeccabili che ricalcano in maniera evidente i dischi degli ultimi Pink Floyd. E’ un rock morbido ed elegante, compassato ed intenso, che disegna melodie per la mente, da ascoltare in una situazione rilassata e tranquilla. Al diluvio della sperimentazione e alla psichedelìa delle origini, David Gilmour sostituisce ora un rock calligrafico, dai suoni puliti ed impeccabili, che non brilla però in fatto di originalità dei brani. Dopo un breve intervallo la band torna sul palco e… cominciano i brividi! Un boato accoglie le prime note di “Shine On You Crazy Diamond”, la composizione dedicata a Syd Barrett, impreziosita dal suono inconfondibile e prezioso della chitarra di David Gilmour. Ma la vera sorpresa consiste nel recupero di una piccola perla acustica intitolata “Fat Old Sun”, scritta da Syd Barrett e tratta dal lato b di “Atom Heart Mother”, album storico, datato 1970! Non poteva mancare un omaggio a “The Dark Side Of The Moon”, il disco più venduto al mondo, ed allora vengono eseguiti “Breathe In The Air” e “Time”, con la stessa sequenza del disco, trascinando il pubblico in uno stato di evidente subbuglio emotivo. I rintocchi di una campana precedono poi l’esecuzione di “ High Hopes”, sicuramente il brano migliore di “The Division Bell”, il disco dei Pink Floyd del 1994. Ma il meglio deve ancora venire: le inconfondibili note di “Echoes” , tratte da “Meddle” del 1971, penetrano fin sotto la pelle degli spettatori, la voce di Gilmour incanta, mentre la sua chitarra ci accompagna in un lungo viaggio onirico durante il quale giochi di luce, lampi, fragori di tuono, sirene e segnali di allarme da un palco diventato improvvisamente buio, ci fanno sentire come in un rifugio di una città sottoposta a bombardamento! Dal tormento psichedelico (perfettamente riuscito grazie ad una scenografia magistrale installata a tempo di record dai tecnici e dai roadies del gruppo) riemerge rassicurante sul finale la voce di Gilmour ed è l’apoteosi insieme al risveglio! Mancano venti minuti alla mezzanotte, il concerto sta per finire. Gilmour e gli altri spariscono nel “backstage”, ma ci rendevamo conto che mancava ancora qualcosa . Poco dopo le note di “Wish You Were Here”, eseguita alla chitarra acustica, arrivano a colmare questa lacuna e infine una versione memorabile di “ Comfortably Numb” manda in visibilìo tutti i presenti: “Che orgasmata!” sento esclamare dietro di me, l’espressione é di certo poco fine, ma rende bene l’idea di una esibizione memorabile, che ha regalato musica ed emozioni, che ci ha fatto viaggiare a ritroso nel passato, grazie a musicisti come Gilmour, Wright e Manzanera, emblemi di squisitezza, garbo e grande professionalità.
Articolo del
27/03/2006 -
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