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Dopo l’annullamento del tour dei Soft Machine, triste episodio dovuto alla prematura ed improvvisa scomparsa del caro Elton Dean, il sassofonista della band, tutta l’attenzione degli appassionati di “progressive rock” era concentrata su questa data, che segnava lo sbarco in Italia degli Hatfield And The North, di ritorno in Europa dopo aver partecipato ad un Festival in Messico. Smaltito il “jet lag” la band si presenta sul palco, introdotta da un emozionantissimo Guido Bellachioma, che ha curato l’evento con passione ed impegno. Il primo ad entrare in scena è Richard Sinclair, basso e voce, un musicista che riassume nella sua persona tutta la storia della Scuola di Canterbury che - a partire dalla fine degli anni sessanta - rivoluzionò l’intera scena musicale britannica. Dopo di lui ecco che arrivano Phil Miller, ex Matching Mole, alla chitarra, Pip Pyle, ex Gong, alla batteria e Alex Maguire alle tastiere, che ha preso il posto di Dave Stewart rispetto alla “line-up” originale. Si parte subito alla grande con l’esecuzione di “Big Jobs” tratta da “Hatfield And The North”, lo storico album del 1973, e ancora in rapida successione “Calya”, “Aigrette” e “Seven Sisters”, che rimeggia simpaticamente con “Seven Blisters” nella nuova accezione di Sinclair. Un fluire libero e geniale di suoni si riversa sul pubblico, caldo, numeroso, competente ed attento nel cogliere gli spericolati passaggi ritmici della band che mescola insieme rock sperimentale e jazz di avanguardia, il tutto impreziosita dagli interventi vocali di Richard Sinclair (lo ricordiamo con Robert Wyatt su “Rock Bottom”, album indimenticabile). La partitura delle tastiere porta la firma di Dave Stewart (anche se poi è toccato ad un impeccabile Alex Maguire eseguirla in tour) ed è un viaggio della mente unico ed inimitabile che ci porta fino alle soglie di “Rifferama” e di “Licks For The Ladies”, altre due composizioni datate 1973 che suonano però quanto mai attuali e moderne. Questo perché il vero segreto della Scuola di Canterbury è sempre stato quello di anticipare i tempi, di essere trenta anni avanti allora, di non sapere invecchiare adesso. I vocalizzi delicati e sognanti di Richard Sinclair ricordano molto le tonalità e le estensioni vocali preferite da Robert Wyatt e raggiungono vertici assoluti su “Psychic Warrior”, il brano scritto in memoria di Elton Dean e a lui dedicato, con quelle note che volano in alto, salgono fino in cielo, in un momento musicale di rara commozione. Richard Sinclair ricorda al pubblico l’amore che nutre per il nostro Paese e manifesta l’intenzione di trasferirsi nel Salento, in Puglia, poi instancabile riprende a suonare ed arrivano il “free jazz” di “What’s Rattling”, il caos anarchico e fantasioso di “ Take Your Pick” e quella “Calyx” scritta da Phil Miller, il chitarrista, un brano che nella versione originale venne eseguito da Robert Wyatt. Ascoltiamo e prendiamo nota del fatto che gli echi della musica di Wyatt sono presenti in ogni istante e non potrebbe essere diverso: l’esecuzione di “God Song”, un vecchio brano dei Matching Mole, è bellissima, l’emozione che proviamo è sempre la stessa, una preghiera laica messa in musica con sommessa disperazione e disincanto. Riconosciamo ancora le note di “What In The World” , di “Gigantic Land Crabs in Earth Takeover Bid” e di “Fitter Store”, poi la fine, dopo due ore e mezza di un concerto esaltante, di musica vibrante, talvolta ossessiva, ma sempre di uno spessore compositivo ed artistico nettamente al di fuori (e al di sopra) della norma.
Articolo del
30/03/2006 -
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