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Sono bastati pochi istanti, pochi passi ciondolanti per capire che Adam Green avrebbe interpretato la serata come generalmente affronta qualsiasi circostanza lo metta di fronte ad una platea. Riccioli calati sulla fronte e sguardo teneramente indolente, il rampollo americano è comparso sul palco del Rainbow intorno alle 22 e già con le prime moine ha lasciato intendere che non avrebbe fatto mancare l’atteggiamento mordace dal quale le sue esibizioni sono immancabilmente contornate. Prima di attaccare “Vultures” il novello chansonnier ha adeguatamente salutato senza biascicare le canoniche quattro parole d’italiano che tutti riescono a mandare a memoria ma, consapevole di trovarsi nella capitale della moda, ha preferito rilasciare una dichiarazione d’amore nei confronti di una modella immaginaria e ha accennato gli ancheggiamenti che di solito si osservano sulle passerelle. La folla intervenuta, svariate decine di persone assiepatesi in prossimità dell’inizio, non si è lasciata pregare e si è prontamente fatta coinvolgere dalle iniziative beffarde che hanno imperversato al punto da relegare il resto della band al ruolo di timidi sparring partner. Lo show comunque ha faticato un po’ a decollare e la prima parte sarebbe scivolata via senza clamori se, appunto, il protagonista non avesse sfoggiato le sue doti di commediante: non è stata suonata nota in assenza del giusto accompagnamento di grasse risate, smorfie e contorsioni e spesso si è temuto che i pantaloni di Adam Green, più grandi del dovuto di almeno una taglia, calassero inesorabilmente lasciandolo in mutande. Frequentare gli Strokes, evidentemente, non gli è servito a nulla. Tanto l’abbigliamento finto trasandato del gruppo di New York appare studiato a tavolino e non trascura alcun dettaglio, tanto il look di Adam Green è lasciato al caso e ci piacerebbe, in particolare, sapere cosa ne pensano Julian Casablancas e soci del portachiavi penzolante sul quale il prode ha costantemente picchierellato il microfono… Qual è stato il momento in cui si è avuta la sensazione che alla leggerezza stesse per aggiungersi un po’ di costrutto? C’è voluto uno spazio che Adam Green si è ritagliato tutto per sé, restandosene solo con la chitarra, per tastare tutta la stoffa (artistica…) della quale è indiscutibilmente munito. I brani immediatamente successivi a quello d’apertura non hanno suscitato particolari emozioni. Scialbi gli estratti da “Friends Of Mine”: a parte l’efficace title-track, ci si aspettava qualcosa di più da “Bluebirds”, “Salty Candy” e “I Wanna Die” (in ordine di scaletta). E non rimarranno tra i memorabilia neppure le prime proposte tratte dall’ultimo disco: da “Novotel” era lecito attendersi un guizzo vincente, mentre con “Hollywood Bowl” si sarebbero potute rievocare (magari facendosene beffe) le movenze di Elvis Presley ma l’occasione non è stata colta. L’intermezzo acustico, invece, ha permesso alla serata di prendere una piega ben diversa. In dieci, intensissimi minuti Adam Green ha evidenziato le sue qualità canore ricche di pathos e profondità e ha ristabilito un clima meno ridanciano, nel quale il concerto ha offerto gli spunti migliori. Qualcuno, previa dedica: “Hard To Be A Girl” è stata invocata a gran voce e la richiesta non è stata mal ripagata e l’entusiasmo è cresciuto man mano che sono state sciorinate “My Shadow”, “Over The Sunrise” ed “Emily”. Il colpo di teatro finale non potevano che riservarlo i bis, eseguiti quando davvero si era diffusa la sensazione che il sipario fosse definitivamente calato. Ad un certo punto, prima del rientro in scena, si sono riaccese le luci del locale e il diffondersi della musica di sottofondo ha attizzato qualche mormorio di disapprovazione, subito represso non appena Adam Green e i suoi sodali si sono ripresentati per dare vita ad altri due pezzi. Le ultime battute sono state segnate da “Nat King Cole”, travolgente come fresca e vivace zampilla da “Jacket Full Of Danger”, e “Computer Show”, alla quale si è accodata la scia dei cori distillati da un pubblico che, grazie soprattutto al rinforzo di frotte di sbarbati ventenni, ha dimostrato di conoscerne a menadito il testo. Il bilancio conclusivo mostra il segno più con qualche ombra. Non ha convinto del tutto il clima da cabaret ed alcuni eccessi hanno rischiato di far percepire le mosse di Adam Green non come una sana e spassosa parodia della figura del crooner, ma come delle bizze prive di mordente. Però il fascino delle sue strofe non è stato scalfito dalle cadute di stile e, nonostante la ricorrente tentazione di metterla sul piano dello scherzo, la performance al Rainbow ha confermato che, al di là della tenuta bohemien e dei comportamenti giullareschi, lo spessore dell’artista non latita. Alla fine il successo dell’ex membro dei Moldy Peaches è decretato per acclamazione. Sono solo ovazioni. In buona parte, meritate.
Articolo del
11/04/2006 -
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