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Di ritorno in Europa dopo un lungo tour Americano, si esibiscono questa sera a Roma i Sisters Of Mercy, gruppo di culto del “gothic rock” inglese della metà degli anni ottanta. Guidati dalla figura enigmatica ed oscura di di Andrew Eldritch, nemico della luce e fautore di un mondo di tenebre, Chris Catalyst e Ben Christo strofinano le loro chitarre con malevolenza assoluta e fanno a gara con Doktor Avalanche, la ben nota e devastante “drum machine”, amica fidata della band, per ottenere un muro di suono ovattato, duro ed impenetrabile. Sommersi da una nuvola di fumo, illuminati da sporadici fari rossi e verdi che cercano disperatamente di fendere la nebbia, i Sisters Of Mercy sembrano davvero gli ultimi sopravvissuti di una città da sempre sotto bombardamento e in perenne stato d’allarme. Per niente abituato ai convenevoli, falsi ed ammiccanti, Andrew Eldritch si muove minaccioso e silente sul palco fin quando trova uno squarcio nel diluvio di suoni che si diffondono in sala, é allora che ci offre la sua vocalità roca e distante, le sue liriche disperate e struggenti che ci raccontano di personaggi spettrali, dominati dal male di vivere. Si parte subito con “Crash & Burn” e “Ribbons”, seguite dalla ritmica potente e ventrale di “Dr Jeep/Detonation Blvd”, miscelate in una unica soluzione acida. La voce di Eldritch non raggiunge più le tonalità che aveva una volta, ma comunica ancora sofferenza e disagio. “When You Don't See Me” e “Romeo Down”, quando l’amore non basta, anzi è causa di sciagure, “Flood”, apocalittica e finale, ”Suzanne“, “Giving Ground”, le note cadenzate e molto pesanti di ”Dominion/MotherRussia”, accolta dal pubblico con entusiasmo e fragore, “Something Fast” che mette in evidenza il talento dei due chitarristi e poi - a sorpresa - “This Corrosion” , che non era stata inserita nella scaletta del tour americano, e che invece torna a rivivere, corrosiva e letale come la ricordavamo. “Hey now, hey now now!” E’ un urlo corale e selvaggio che si innalza nel vuoto in questa notte dei morti viventi, trionfo assoluto di quel “dark sound” ossessivo e metallico che rimane ancora il marchio di fabbrica dei Sisters Of Mercy , orgogliosamente distanti dalle melodie sognanti dei Mission di Wayne Hussey, che pure a questa scuola si era formato. Il suono ventrale di una chitarra basso ci annuncia che è arrivato il momento di ascoltare “Lucretia My Reflection”, eseguita in una versione psichedelica e oscura, ma leggermente più breve rispetto all’originale. Il commiato è affidato a “The Temple Of Love”, fantastica come sempre, “In the Temple of Love/ Shine the Thunder/ Cry like Rain/ Hear my Calling / Hear my Name” , (ricordiamo la compianta Ofra Haza ai cori) un brano del 1992, ma che possiede ancora la forza, e la passione drammatica che accompagna gli ideali infranti. Keep THIS CORROSION alive!!!
Articolo del
13/04/2006 -
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