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La prima volta che ho sentito parlare di Gianmaria Testa è stato durante una pausa di studio in biblioteca. Stavo sfogliando un quotidiano molto importante e proprio nella pagina della cultura c’era un lungo servizio, con tanto di foto, di quest’ennesimo sconosciuto in Italia che sfonda all’Olympia di Parigi. Che molti nostri cantautori abbiano più successo nella terra degli Chansonnier è un dato di fatto e, forse, è anche comprensibile che siano più apprezzati in posti abituati ad un certo tipo di musica. Molto più strano, invece, che di questi cantanti in Italia non si sappia niente, soprattutto se questi hanno una storia molto particolare che ben si addice a venire raccontata, come succede nel caso in esame. Dove lo trovate, infatti, un capostazione di Cuneo che imbraccia la chitarra e tiene un concerto applaudito lungamente nel più grande teatro parigino? Dovreste partire da lontano, dal concorso per musica d’autore di Recanati, dove il nostro si fa notare con due partecipazioni e due vittorie nel 1993 e nel 1994. Il risultato della doppietta, però, non gli spalanca propriamente le porte delle case discografiche e finisce che lo nota una produttrice francese che decide di produrlo, anche se il nostro canta solo in italiano (o, però in un caso solo nel secondo album, in dialetto piemontese) e nasce così il primo CD, “Montgolfières” [Label Bleu, 1995], probabilmente il più bello, dove spicca il titolo “Le donne nelle stazioni”, chiaro segno dell’esperienza lavorativa del nostro sconosciuto di successo quale capostazione a Cuneo e della sua passione per i testi elaborati (o la poesia se più vi piace) che emerge compiutamente in donne che hanno “scure eleganze da cormorani” e “certe gonne come aquiloni nelle tempeste” che, però, alla fine “se ne vanno via in compagnia e sono già diverse” perché “non si voltano più”. L’album, molto interessante da un punto di vista musicale per la presenza di una band eterogenea e completa, non si trova nei negozi italiani ed allora ecco che soccorre l’ordine via catalogo, nella sezione “Dischi di importazione” presso un distributore efficiente, anche se oggi la situazione dovrebbe essere migliorata. Come tutti i dischi interessanti, c’è bisogno di più ascolti per sedimentarlo bene e padroneggiarlo ma la soddisfazione è grande perché ad ogni successivo play ci si focalizza su un brano diverso, sempre più interessante. Emergono così altri hits destinati a non entrare mai nella classifica ma solamente in orecchie ben disposte ad accogliere un suono classico rispetto alle sonorità che vanno per la maggiore ora (e che sono ascoltate di media 1,7 volte soltanto dal proprietario del disco secondo ricerche fatte dalle stesse Majors). Ecco quindi titoli come “Le traiettorie delle mongolfiere”, “Un aeroplano a vela” e “Città lunga”, tre titoli soli del primo album per evitare la noiosa elencazione che non direbbe nulla a chi non conosce Testa e niente di significativo a chi già lo conosce, canzoni d’amore e di sogni che non cadono mai in testi banali e provano a commentare con sottofondi diversi i sentimenti che riguardano tutti. Non smuove le classifiche nemmeno il secondo album, “Extra-Muros” [Tot ou tard – Warner Music France, 1997], anche se almeno inizia a muoversi la stampa con qualche piccolo articolo (anche perché dopo quest’album Testa tiene l’11 febbraio 1997 il concerto all’Olympia di cui sopra). In quest’opera la parte musicale diventa più essenziale e volano i paragoni con lo chansonnier piemontese più famoso, anche lui casualmente (o no?) musicista non di professione ma di passione. Per chiarire subito la questione (e da non addetto ai lavori): Paolo Conte ha un’attenzione diversa per i testi, più enigmatici e meno diretti e molto importanti per il loro suono alla maniera del jazz, nonché un gusto per l’orchestrazione che Testa non ha, dato che nei suoi primi tre lavori si assiste ad una rarefazione della parte musicale, sensibile fra il primo ed il secondo album, percettibile fra il secondo ed il terzo e nettissima fra il terzo ed il quarto album, un live con solo chitarra acustica. Inoltre è molto diversa la voce, calda in Testa e roca al limite dello sgradevole in Conte, per cui gli accostamenti che tutta la stampa ha fatto (è presente sul sito di Testa una rassegna stampa abbastanza completa) non ha molta ragione di essere, anche se è ovvio che vi è in entrambi una predilezione per la musica sudamericana, più accentuato però in Conte. Fra i titoli del secondo album si imprimono subito nell’orecchio “Joking Lady”, il resoconto di un viaggio infelice nel cuore di Parigi (leggi dormire nel Metrò) e “Per accompagnarti”, una rievocazione di un amore in agrodolce, senza però scadere nella cupa tristezza di molte (false) elaborazioni di pene d’amor perduto. L’esperienza del lavoro si riflette nella canzone “La Ca sla colin-a”, cantata in dialetto, dove una donna contempla una casa di collina, tipico buen ritiro di un’abbiente famiglia di città che la usa per soli due mesi all’anno mentre a lei e alla famiglia manca un’abitazione nonostante suo padre fosse proprio il muratore che ha costruito la bella casa in collina. L’album si chiude con la canzone che gli dà il titolo, “Extra-Muros”, la storia di un amore di città di provincia non particolarmente bella e, se è vero che sono tutti bravi a parlare di amore in città stupende (e Testa lo farà nel terzo album), ci vuole talento per spiegare cos’è l’amore fra vecchie ciminiere, quando l’amore “sa di vernice verde di persiane nuove e di ringhiere”.
Articolo del
30/10/2002 -
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