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In questo periodo abbiamo assistito all'uscita di numerose formazioni che per la stampa sembravano destinate a divenire la next-big-thing del secolo, tutte con sonorità rock'n'roll '70 o infarcite di rimandi new wave '80, alcune fin troppo sopravvalutate, altre si sono rivelate valide, però anche di questa esigua cerchia nessuna lascerà il solco nella storia del rock. Le band intramontabili sono altre, per esempio i Red Hot Chili Peppers. Dopo una vita passata tra abusi e stravizi i RHCP sono più iperattivi che mai, continuando a snocciolarci le loro storie che si snodano fra le strade della California. Sebbene nessuno dei quattro sia nativo dello stato più soleggiato della West Coast, i Peppers sono uniti dai raggi possenti di L.A., presenza costante in tutti i loro dischi e quinto membro effettivo con tutte le sue sfaccettature, da quelle dorate del sole a quelle grigie dei fumi delle droghe consumate agli angoli dei vicoli bui o nello specifico sotto i ponti che anneriscono le candide ali bianche degli Angeli. Quarant'anni e non lo dimostrano. Tra abbandoni, rientri, presenze solo per un album e, purtroppo, morti, dopo oltre due decadi di alti e bassi i Red Hot sono ancora in grado di cavalcare, oltre alle onde del loro Pacifico, anche il sempre più infestato da prodotti monouso mercato musicale, meglio di ventenni facenti parte di certi gruppi usa e getta odierni. E' impossibile condensare in poche righe la loro storia, iniziata agli albori degli anni '80 con Flea, Kiedis, Jack Sherman e Cliff Martinez passando per Hillel Slovak e Jack Irons, un intermezzo di un album con Dave Navarro approdando alla formazione definitiva. Nei video degli esordi, come "True men don't kill coyotes", "Higher ground" e "Fight like a brave" gli imperativi erano quadripartiti in quest'ordine: girls, sex, drugs and fun. Sembrava di assistere al ritorno in auge della cultura del libertinaggio hippie, oppure di essere nel pieno di uno dei tanti spring break party, le vacanze di primavera degli universitari americani in libera uscita, all'insegna di sesso e sregolatezza. Capelloni, giovanissimi, fumati, divisi tra il surf ed il primo mezzo di locomozione, lo skate, tutto era incentrato sulla garanzia della giovinezza che spesso, forse, li ha fatti sentire immortali e nel contempo ha reso loro allergiche le responsabilità; parole come "effetti collaterali" e "conseguenze" non sono comparsi per lungo tempo nel loro vocabolario. Certo, chi ci pensava alle conseguenze? Non certo dei neoventenni che nelle loro prime apparizioni usavano presentarsi sul palco "svestiti" di solo un calzettone ricoprente le parti intime... Con il successo, i party si trasferirono dalle strade al palco e al backstage, dove gli eccessi continuavano. Ma il troppo prima o poi stroppia e il 27 giugno 1988 un'overdose si portò via Hillel Slovak, il chitarrista di origini israeliane, amico del cuore di Anthony Kiedis, lasciando la band in un angosciante stato di alienazione e nel dubbio del prosieguo. Ma qualcosa, anzi qualcuno di buono quel tragico epilogo portò. L'allora diciannovenne John Frusciante, che conosceva a memoria tutti gli accordi del suo idolo defunto, si insediò nel gruppo e fu subito travolto dall'ondata di consensi dopo la pubblicazione di "Blood sugar sex magic". La depressione e la paranoia data dalla droga da cui stava annegando furono le cause della sua famosa dipartita dal gruppo, la quale ispirò un libro "Jack Frusciante è uscito dal gruppo" con conseguente ed omonimo film. L'autore del testo è Enrico Brizzi, l'interprete della trasposizione cinematografica è un magnifico Stefano Accorsi nelle vesti dell'adolescente Alex, inesperto e confuso. Confuso lo era anche Frusciante che per poco non fece la fine del suicida Martino della pellicola e di Slovack nella realtà. Nonostante questi episodi la fama crebbe, infatti nel 1999 arrivò alle stampe "Californication", il disco della rinascita col video-singolo, "Scar tissue" che rispecchiava perfettamente la loro condizione di sopravvissuti dopo il temporaneo passaggio all'inferno. I Nostri si presentarono più consapevoli dei loro limiti, depurati quasi del tutto dalle droghe. Con "By the way" per Kiedis col cuore a pezzi l'autunno era arrivato presto. Ora l'uscita di "Stadium arcadium" è imminente, già in rotazione c'è il video-antipasto Dani California nel quale gli springbreakers tutto pepe dimostrano che la voglia di essere in mezzo ad un party non si è esaurita, l'ironia e la follia regnano ancora sovrane nella loro messa in atto dei quarant'anni di musica rivisitati in salsa chili. Le band preconfezionate devono stare in guardia, è facile vedere l'alba, il difficile è stare a galla e non arrivare troppo presto al tramonto.
Articolo del
05/05/2006 -
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