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Quel 24 giugno 1985, Bob Geldof non era ancora “Sir” e non era nemmeno “Saint Bob”: era solo il frontman dei Boomtown Rats, formazione irlandese che verso la fine degli anni ’70 era stata tra le punte di diamante della gloriosa new wave britannica, ma le cui quotazioni si erano, di recente, drasticamente inabissate. Geldof soltanto nel dicembre 1984 era tornato nell’occhio dei media per via dell’iniziativa benefica da lui promossa “Band Aid” legata al singolo natalizio “Do They Know It’s Christmas”, i cui proventi erano stati destinati all’affamato popolo di Etiopia. Da circa un mese, inoltre, Geldof aveva iniziato a vagheggiare l’idea di un concerto di beneficenza da tenersi allo Stadio di Wembley con la “crema della crema” della musica pop contemporanea. Ne parlava, lo pubblicizzava, ma ancora non si sapeva (né si capiva) bene cosa ne sarebbe venuto fuori. In quei giorni, a Roma sul Lungotevere, si teneva uno dei primi festival estivi all’aperto dopo l’inusitata carestia degli anni ‘70. La sera del 24 giugno erano previsti gli ex-Roxy Music Phil Manzanera e Andy McKay con il loro progetto (di transizione) The Explorers e, come headliners, i Boomtown Rats, reduci dalla stampa di un sesto LP “In The Long Grass” che aveva ricevuto un’accoglienza oltremodo tiepida. Dopo un lungo pomeriggio passato a sorseggiare cocktail con Manzanera e MacKay sul bordo della loro piscina all’Holiday Inn, in serata riuscii a placcare Bob Geldof durante l’esibizione degli Explorers e ad intrattenermi con lui in un’oretta di conversazione a ruota (anche troppo) libera. L’intervista che ne risultò non fu però mai pubblicata, dato che al mio magazine di riferimento non mostrarono alcun interesse ad un articolo sui declinanti Boomtown Rats. Avrebbero potuto cambiare idea, magari, dopo la dirompente 24 ore del Live Aid del 13 luglio che tutto il mondo vide e su cui tutti ebbero un’opinione; ma io, la mattina successiva al concerto, me ne partii beatamente in vacanza con destinazione una qualche isola della Grecia e per vari lustri mi dimenticai del tutto dell’esistenza del nastro contenente l’intervista a Geldof… Fino a qualche giorno fa, quando, nel corso di un complicatissimo trasloco, la C90 in questione è magicamente rispuntata fuori, dandomi (e dandovi) la possibilità di tornare a quel 24 giugno di quasi 21 anni fa e di riascoltare un Bob Geldof in procinto di abbandonare - per sempre - il ruolo di (ex) pop star per trasformarsi in una delle più importanti figure del costume e, forse, anche della Storia, dell’ultimo mezzo secolo. Intervista inedita, quindi: come si dice in questi casi, enjoy…
D: Parliamo un po’ dei Boomtown Rats, Bob. Qual è la situazione al momento?
R: Al momento, facciamo solo concerti occasionali per metterci in tasca un po’ di quattrini…Cioè: in realtà abbiamo inciso un album che è uscito a gennaio o febbraio (“In The Long Grass”, n.d.r.), e credo che in Italia abbia venduto 2 copie, quindi ne siamo mooolto soddisfatti… In realtà, non abbiamo mai avuto tanto successo in Italia: forse dovrei far cantare le mie canzoni a George Michael o Simon Le Bon…
D: Il disco non ha avuto successo in Inghilterra?
R: Nooo… E’ andato benino in America, ma in Inghilterra no. E’ un sacco di tempo che non abbiamo un disco nella Top Ten in Inghilterra, è davvero una vergogna…
D: Ma cos’è cambiato in Inghilterra? A cosa è dovuto il disinteresse del pubblico?
R: Be’, è una cosa che capita. Credo che tutto il nostro successo in passato fosse basato sulla vendita dei singoli, e se si vendevano molti singoli di conseguenza vendevano anche gli album. I nostri fans erano gente da singoli, ed è un tipo di pubblico molto instabile, cosicché se fai un brutto disco, tutto d’un colpo rischi di perdere tutti i tuoi fans. E poi siamo stati fuori dalle scene per un sacco di tempo, senza fare niente. Siamo stati in tournèe in India, a Singapore, e in Israele, durante la guerra (la Guerra del Libano, n.d.r.). Strani posti in condizioni stravaganti. E’ una cosa che mi piace, comunque.
D: E tutti questi giri per il mondo come hanno influenzato la vostra musica?
R: No, non hanno influenzato la musica, più che altro hanno avuto impatto sul mio modo di pensare alla band. Perché fino ad allora eravamo la classica pop-band, impegnata a fare dischi e ad andare in tour. E io mi posso annoiare a fare sempre le stesse cose. Io sono uno che si annoia facilmente… La mia principale motivazione nel fare qualsiasi cosa è prevenire la noia. Non riesco a fermarmi, non so perché… Una volta che ho ottenuto qualcosa, sento il bisogno di cambiare e mollare tutto…
D: E cosa ritieni di aver ottenuto con i Boomtown Rats?
R: Se sei in una pop-band, vuoi arrivare al n. 1 alle tue condizioni. Ed è quello che abbiamo fatto: abbiamo vinto i dischi d’oro, e poi i dischi di platino, e abbiamo fatto i tour… E – beninteso - era una cosa che amavo fare. Però poi abbiamo dovuto fare ancora tour, e ancora dischi, è diventato quasi come un lavoro normale, capito…? Poi c’è anche la faccenda della sfida: se non ti metti alla prova, in continuazione, allora come fai a sapere che cosa sei in grado di fare? Non credo che ci abbiano messi su questo pianeta al fine di lavorare. Io credo che tu arrivi qui, e hai se ti va bene 70 anni per vivere la tua vita, e devi spingere le tue potenzialità fino allo stremo. Credo che le mie potenzialità siano maggiori di quelle di alcune persone, ed inferiori a quelle di altre. E va bene così, basta che io cerchi costantemente di sorprendere me stesso. E qualche volta fallisci, e altre volte ti va bene. E in quei casi pensi: grandioso, ci sono riuscito!… D: Insomma, non ti piacerebbe riuscire ad avere un altro singolo al n.1?
R: Oh sì! Mi piacerebbe tantissimo…
D: Ma credi che i Boomtown Rats siano ancora una band competitiva?
R: No, no... Non possiamo competere contro i Wham! E…facciamo ancora della buona musica, ma ho sempre detto che quando avrei smesso di divertirmi, avrei detto stop. E aveva smesso di essere divertente. Però poi siamo andati in India, e lì è stato di nuovo uno spasso. Perché nessuno si aspettava niente da noi. Non conoscevamo il pubblico, eravamo lì solo per curiosità e abbiamo suonato canzoni di Bob Marley, canzoni di Bob Geldof, canzoni dei Beatles, al pubblico non gliene fregava un cavolo, non sapeva nulla, ed è stato fantastico…Non conoscevano nemmeno i Wham! e i Duran Duran…ma gli siamo piaciuti… Così… è stato molto divertente, e mi ha aiutato a guardare alla band da una prospettiva differente. Ma ora mi piacerebbe…(rimugina) Perché la musica che facciamo è valida, non credo che abbiamo cessato di provare – nel nostro contesto – a fare delle cose nuove. Alcune delle cose che facciamo possono non essere nuove in assoluto nella musica, ma sono nuove per noi, e sono difficili, di modo che ci mettiamo alla prova…E’ questa la cosa importante, per me: essere convinto di star facendo buona musica, e credere che sia musica competitiva… Purtroppo, però, a causa del fatto che il nome della band ora è parecchio usurato - la gente pensa: chi? i Boomtown Rats? Ma lascia perdere, sono vecchi, sono finiti…- per noi è molto più difficile venire passati alla radio, e la stampa musicale inglese ci odia…
D: Non hai un buon rapporto con i giornalisti musicali?
R: No. Prima con loro avevamo un rapporto asimmetrico. A noi piacevano i giornalisti, ma loro ci odiavano. Adesso è reciproco: noi li odiamo e loro rispondono odiandoci a loro volta.
D: Una curiosità personale: i soldi di Band Aid sono davvero andati al popolo etiope?
R: Al cento per cento. Quando sono arrivati i soldi delle vendite del disco, il che è avvenuto molto in fretta, a parte i soldi del publishing (i soldi del publishing inglesi sono arrivati in fretta, ma quelli del publishing internazionale sono ancora in corso di ricezione), e si è trattato di 8 milioni di sterline, sono stati raccolti e dati a Band Aid, messi in banca, il cento per cento, e nessuno li ha toccati; e anche gli interessi, al cento per cento, vanno all’Africa. E quello che ho fatto è che abbiamo messo su un consiglio di amministrazione, con uomini di caratura pubblica, tutti baronetti, che si riuniscono tutti i giovedì alle 6 del pomeriggio. Abbiamo un ufficio che ci è stato concesso gratuitamente dalla città di Londra, e uno dei volontari è un architetto che ha alle dipendenze altri 13 architetti, ed è lui che gestisce il programma di aiuto. E lo fa gratis, come tutti gli altri volontari. Uno è un avvocato, un altro è un antropologo, uno è un divorziato, un altro un ex-giornalista…Io sono andato in Etiopia e ho incontrato tutte le agenzie: Oxfam, Save The Children, Unicef… e ho chiesto quali fossero le loro priorità. E poi ho incontrato il governo, l’RRC, e ho chiesto quali fossero le LORO priorità. Li ho messi tutti insieme in una stanza e ho detto loro: fate una bella lista. Ed è uscita fuori una lista di priorità. E poi abbiamo trovato un uomo, che è un prete, Fratello Keith, un irlandese come me; lui è il coordinatore di tutte queste agenzie, e due volte a settimana ci manda da Addis Abeba con un telex con scritto tutto ciò di cui hanno bisogno. Kevin, che è il capo dei volontari, viene alla riunione del Consiglio di Amministrazione, e dice: dobbiamo fare questo e questo. E discutono, e poi dicono: dobbiamo comprare questo e questo e quest’altro. E lo mettono ai voti. E poi compriamo queste cose, e firmiamo un assegno, e poi le mandiamo in Africa, tramite aerei o le navi del Band Aid (abbiamo tre navi), oppure le inviamo lì direttamente… Va tutto in Africa. Se qualcuno avesse dei dubbi, si può andare a verificare la contabilità, è aperta al pubblico 24 ore al giorno.
D: Tu hai seguito anche l’iniziativa USA For Africa. So che non sei rimasto molto soddisfatto da come è stata organizzata…
R: E’ come la cosa che avete fatto qui in Italia…”Volare”, no? Credo che avrebbe dovuto esserci un’altra canzone italiana al posto di “Volare”, ma va bene; va bene lo stesso, perché ottiene comunque il risultato di attirare l’attenzione su una questione che la gente non conosce. E “USA For Africa” è roba da California, da Hollywood….e credo che per il fatto che stiamo avendo a che fare con gente che muore, dovrebbe essere sottolineato che: noi “non siamo il mondo”, noi “non siamo i bambini”, siamo adulti (io ho 32 anni)…. Ma va bene lo stesso, perché se ne sono ricavati milioni di dollari, e gli americani hanno cominciato a rifletterci su… “USA For Africa” ci chiama tutte le settimane, adesso. “Band Aid” è operativo da sei mesi, mentre loro hanno appena iniziato… [Geldof si dilunga su tutta una serie di questioni tecnico-logistiche relative all’invio di aiuti in Africa] …E adesso poi c’è il concerto, il concerto di Live Aid il prossimo 13 luglio – qui in Italia sarà trasmesso da RAI3… Volevamo far suonare tutte le band italiane dalla Scala di Milano e trasmetterle via satellite nel concertone mondiale, e David Zard voleva organizzare il tutto, ma nessuna delle band ha accettato di farlo. Volevo Luciano Pavarotti e volevo… Sì, capisco perché storci il naso, ma andava bene per i genitori, e loro sono quelli che hanno i soldi…In questa faccenda bisogna essere pragmatici, non idealistici. Luciano Pavarotti è la più grande star internazionale italiana e…abbiamo già il Papa, quindi sarebbe bello avere anche Pavarotti…
D: Come si svolgerà questo Live Aid? Midge Ure ti ha dato una mano a organizzare?
R: No, non ha organizzato. Lui ha prodotto il disco. Ed è una gran cosa, perché io dovevo occuparmi dell’organizzazione. Volevo che il vinile fosse gratis. Volevo il no-profit. Volevo l’artwork gratis. Le etichette gratis. I lavoratori della fabbrica hanno lavorato gratis, tutto il fine settimana. Tutto è stato gratis, di modo che abbiamo potuto avere il 100 per cento dei profitti in Gran Bretagna. E’ stato fantastico. Da un lato, è una cosa abbastanza normale per dei cantanti pop, ma immagina un tipo che lavora il fine settimana in una fabbrica… E’ grandioso, e io dovevo organizzare tutto questo…E con Midge, che ha prodotto il disco, è stata una partnership perfetta. Lui, peraltro, è un membro del Consiglio di Amministrazione di Band Aid, ma sono sei settimane che non viene alle riunioni, quindi, Midge, dove cavolo sei finito? Hahaha…
D: Paul Weller, che ha partecipato a Band Aid, di recente ha preso parte ad altri benefit a favore dei minatori. Che ne pensi?
R: Be’, è diverso. Quella è un’iniziativa politica, e c’è di mezzo un’opinione: o sei d’accordo o dissenti. Ma con 130 milioni di persone che stanno morendo mentre noi viviamo in modo agiato – ed è il modo più stupido in cui si possa morire oggi, di fame, quando noi abbiamo laghi di vino e montagne di burro – be’, fare un disco per i minatori è diverso, la gente non è d’accordo o lo è, è una cosa politica. Non è la stessa cosa, “Band Aid” è al di sopra di qualsiasi discussione ed è questo il motivo per cui hanno accettato tutti di partecipare. Hanno detto: questa cosa è sbagliata, questa gente non deve morire, non c’è alcun motivo. Mentre i minatori hanno una scelta. Possono scioperare o non scioperare. E la gente in Inghilterra era contro lo sciopero, perché l’offerta che i minatori avevano ricevuto dal Governo era molto buona. Gli erano stati offerti un sacco di soldi, gli era stato detto che nessuno avrebbe perso il lavoro. Così la gente si è detta: ma perché scioperano? Poi hanno visto Anthony Scargill (il sindacalista principale avversario del Governo britannico dell’epoca, n.d,r.), che è uno stalinista, un idiota, uno che conduce i propri uomini ma poi li abbandona, in modo che non hanno ottenuto niente… Personalmente, io ritengo che sia giusto privatizzare le miniere.
(CONTINUA NELLA 2a PARTE)
Articolo del
09/05/2006 -
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