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C’è questa rassegna organizzata a Roma, quasi arrivata al termine, “Generazione X”. Ha portato e porterà sul palco del Teatro Studio dell’Auditorium – che in termini assoluti è una signora sala da concerti, in proporzione è lo sgabuzzino della Sala Sinopoli – alcuni gruppi del tutto emergenti (per il tizio che vi sta affianco in metro, tutte le mattine), ma in realtà già abbastanza noti all’Audace ed Attento Ascoltatore Autarchico. Marco Fabi e La Camera Migliore fra questi, sentiti in un doppio concerto di una domenica sera passata a digerire un incudinevole pranzo di comunione. Fabi – primo a salire sul palco, accompagnato da tre musicisti fra i quali Mia Julia, conturbante pianista dalla voce incantevole che sembra uscita dal “Dracula” di Coppola, indovinate un po' quale sequenza - fa un cantautorato all’apparenza un po’ sghembo: cerca soluzioni melodiche particolari (“Io Ti Adoro”), lievemente folk (come può essere il folk della Di Franco, ma andiamoci piano), con motivi ricorsivi, ritmiche altalenanti e appena allucinate ma ben attento alla trama dei pezzi. Il tappeto che ne esce è assai vivace e al contempo appropriatamente ovattato. Se fosse anglosassone vi direbbero che è il nuovo esponente del movimento new acoustic (?). Ad ogni modo certe sue cose rimandano abbastanza a gente come Turin Brakes. Altre, al contrario, si sfilacciano notevolmente alla ricerca di un impianto più propriamente “canzone-pop” che non è che mi faccia saltare dall’originalità. E non è esattamente il suo campo. Deludenti i testi che se ne restano in un semplicismo affettivo da far rabbrividire – almeno ad un primo ascolto. Spero di sbagliarmi perché un cantautore che canta testi poveri che cantautore è? Insomma: non è che esalti, a conti fatti. Dopo un’ora abbondante gli dà il cambio la band fiorentina dei La Camera Migliore. Che attacca con quattro pezzi riarrangiati su ritmiche elettroniche, e per chi (il sottoscritto) ha molto gradito l’ingannevole semplicismo fiabesco dell’album “Cari Miei” l’approccio è spiazzante. Ma nuovo e degno d’attenzione. Georgia Costanzo, la cantante, è perfetta e a suo modo sensualissima, nei suoi stivali tirati fuori dal baule “che adesso sono tanto in voga”. Senza troppe parole restano sul palco un’ora e mezza, suonando praticamente tutto l’ultimo disco (da “Il Fannullone” a “Oggi è Domenica” alla potentissima “Ieri Ho Visto Un Re”), con incursioni nel precedente lavoro omonimo, senza concedersi nemmeno una sbavatura. Altro che band emergente: c’è un gruppo maturo, sul palco. Con un carisma molto forte, un rodaggio calibratissimo. Poi, quel witty-pop può disgustarti o esaltarti. Ma l’oggettività esecutiva dice che la proposta è completa ed interessante. E che – come non è quasi mai, e non facciamo nomi che è meglio – dal vivo sembrano riprodurre la compattezza dello studio. La Camera Migliore profuma di testi che vivono autonomi dalla musica, centrali rispetto alla loro opera e degni del Calvino delle “Fiabe Italiane” o delle “Cosmicomiche”. Sognatore ma del tutto diretto al Mondo Reale. Sembrano usciti da una bomboniera per le comunioni: hai paura che se ti cadono di mano possano volatilizzarsi in mille pezzi.
Articolo del
10/05/2006 -
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