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(SEGUE DALLA 1a PARTE)
D: Tornando ai Boomtown Rats: l’immagine della band è sempre stata legata alla tua figura. Non credi che il tuo espanderti verso altre attività (benefit, cinema, ecc.) possa aver nuociuto al gruppo?
R: Non credo che sia molto vero. Da quando siamo diventati famosi, abbiamo realizzato tre album: “Mondo Bongo”, “V Deep” e “In The Long Grass”. E io non è che stessi facendo nient’altro durante la lavorazione di “Mondo Bongo” e di “V Deep”, ma il pubblico ci ha ignorato lo stesso. O meglio: ho recitato nel film “The Wall” (di Alan Parker basato sull’omonimo album dei Pink Floyd dove Geldof interpretava la parte del protagonista Pink, n.d.r) in quel periodo, e ho fatto un altro film lo scorso anno, “Number One”… Comunque, quasi sempre c’è una persona che è il centro dell’attenzione in una band. O è il cantante o il chitarrista. Calcola poi che io sono un chiacchierone…Comunque, il centro dell’attenzione è su di me, ma la band è ugualmente importante. Non sono solo io che dico: fai questo, fai quello… Non è così che funziona. Se scrivo una canzone e a loro non piace, vengono a dirmelo. Dicono che è orribile e magari la cambiano, e va benissimo così. E se dobbiamo prendere delle decisioni – dato che sono anche il manager della band – io dico: ecco qual è il problema: possiamo fare questo o quest’altro… E si discute, e chiedono: perché non facciamo così? E io dico: perché blah blah blah… E si ritorna a discutere, e io cerco di convincerli su ciò che credo sia giusto, e se dicono di no, allora OK.
D: Hai dei nuovi progetti cinematografici al momento?
R: Be’, sto facendo un altro film, credo con Tony Curtis, perché ho bisogno di guadagnare un po’ di soldi…Non si fanno soldi con i Boomtown Rats: i tour li facciamo più che altro per pagare le bollette… Cioè: a me piace molto viaggiare; mi piace molto l’Italia, ci siamo venuti lo scorso anno in vacanza con Paula (Yates, sua fidanzata dell’epoca nonché conduttrice del programma televisivo “The Tube”, n.d.r.), siamo andati in giro in macchina… E’ il mio Paese europeo preferito. E credo sia bella, e che la gente sia molto bella. Mi piace anche molto suonarci, ma più che altro mi piace la storia, gli edifici, la gente, il cibo… e mi piacciono le differenze tra le città del Nord e del Sud…E’ fantastico, mi diverto molto qui. Così, veniamo qui con i Rats perché mi piace suonare a Roma e a causa dei soldi che ci danno. Perché siamo una band, no? Ma più che altro suoniamo per pagarci le bollette dell’elettricità, del gas e del telefono…
D: Puoi dire qualcosa in più sul film con Tony Curtis?
R: Si intitola “Man On Fire” ed è una specie di thriller. E c’è un altro film che dovrei fare chiamato “The Phantasist”. Però non è che stia diventando un attore, è solo che mi pagano un sacco di soldi…Non mi interessa particolarmente il cinema. Preferisco la musica, è ciò che amo di più fare e che mi dà le maggiori soddisfazioni. Quando scrivo una canzone che ritengo bella, per me è il massimo…
D: Qual è la tua opinione oggi su “The Wall”? Sei contento di avervi preso parte?
R: E’ stato divertente farlo. Anche perché non avevo mai recitato in un film, prima…Ma credo che la trama fosse una cretinata. E poi non mi piacciono i testi dei Pink Floyd… Credo che siano troppo ovvii, troppo diretti…Del tipo: “if you go walking among the thin ice of life…”… E’ un tipico cliché inglese. E a me piace essere più obliquo, osservare le cose da un’angolazione differente…
D: Puoi raccontarmi qualcosa di te? Che storia hai alle spalle?
R: Sono cresciuto in Irlanda, a Dublino. Non sono andato all’università, sono andato a scuola ma l’ho abbandonata molto presto. La scuola era un qualcosa di irrilevante per me, non mi piaceva. Mi piacevano solo gli studi letterari…Poi ho fatto un sacco di lavori. Ho insegnato inglese in Spagna; ho fatto il giornalista, ho lavorato in fabbrica, ho scavato autostrade, ho anche lavorato in un mattatoio…
D: E come hai iniziato a scrivere canzoni?
R: Non lo so. E’ come se ti dicessi: il prossimo anno sarai in una band e sarai nella Top Ten inglese…E’ esattamente quello che è successo. Ero andato in Canada dove mi ero messo a fare il giornalista, e mi piaceva. Mi piaceva scrivere. Scrivevo di musica, ero il responsabile della sezione musicale. Sono dovuto tornare perché mi hanno cacciato via dal Canada dato che ero un immigrato illegale; avevo messo da parte dei soldi, e tornato in Irlanda avrei voluto mettere su un giornale. A quel punto è partita la band. Era divertente: all’inizio avevamo solo chitarre acustiche e provavamo il sabato mattina…Tre di loro seguivano architettura all’università; io ero disoccupato, e anche Gary. Poi, una sera, abbiamo suonato ad un ballo e il pubblico si è messo ad applaudirci… E tutti noi abbiamo pensato: che diavolo sta succedendo? Perché applaudono? All’epoca suonavamo canzoni reggae e r’n’b…Poi però abbiamo iniziato a pensare: basta, non vogliamo più suonare canzoni di altri… E’ una cosa naturale, e inizi a dire: dovremmo iniziare a comporre le nostre canzoni… E tutti loro stavano imparando a suonare i loro strumenti…
D: Qual è la canzone dei Rats di cui sei più orgoglioso?
R: Credo che forse sia “Rat Trap”. Ma me ne piacciono altre per le ragioni più disparate… Ce n’è una chiamata “ Never In A Million Years” che mi piace davvero tanto. E un’altra chiamata “Diamond Smiles” che è sul terzo LP, di cui mi piacciono molto le parole. La stavamo suonando proprio l’altro giorno quando mi è capitato di pensare: oh! Il testo è veramente bello…E io sono un fan dei testi delle canzoni…Poi c’è un’altra canzone chiamata “This Is My Room” (su “Mondo Bongo”) ed è molto semplice, descrive una stanza in sei strofe. Mi piace la semplicità…
D: Non hai citato “I Don’t Like Mondays” tra le preferite ma suppongo che vi rientri… ?
R: Ah, ma certo.. Per me quella è una canzone sulla psicosi. Una psicosi peculiarmente californiana. Parla di non avere bisogno di una ragione per fare qualcosa, inclusa la morte. Non avere una ragione per uccidere qualcuno…L’idea me l’ha data questa ragazza: aveva 15 o 16 anni e si mise a uccidere alcuni compagni di scuola sparando dalla finestra di casa…E mentre stava sparando, dei giornalisti gli telefonarono a casa e gli chiesero perché stesse facendo tutto questo, e lei rispose: “because I don’t like mondays”, perché non mi piacciono i lunedì… Che è la perfetta risposta priva di senso, no? Non c’è bisogno che ci sia una ragione…Così, la canzone non è proprio su di lei, ma su un certo tipo di psicosi che trovo terrificante.
D: Che musica ti piace in questo momento?
R: Oh, i miei gusti cambiano di momento in momento…Be’, mi piacciono i Wham!...
D: Davvero?
R: Sì, trovo che siano un’ottima band. E “Careless Whisper” è una canzone fantastica…Voglio dire…le parole sono molto belle, e il sound…Voglio dire, questo tipo (George Michael, ovviamente, n.d.r.) ha 20 anni e riesce a produrre queste sonorità meravigliose…E’ ingegnoso, musicalmente è davvero ingegnoso… E credo che scriverà delle canzoni bellissime, credo che tra cinque anni diventerà un grande compositore…Sì, penso che i Wham! siano molto bravi. Vedi, a me piace la musica pop…
D: Come anche i Duran Duran…?
R: Mmmm…Credo che siano una buona rock-band ma… Non mi piacciono i loro dischi, credo che siano troppo elaborati, ma quando suonano dal vivo funzionano bene…Rockano alla grande. Mi piace una canzone dei Culture Club intitolata “Victims”, credo che sia una grande canzone, vorrei averla scritta io…(inizia a canticchiare) “The victims we know so well…”… In generale, mi piacciono tutte le nuove band perché hanno dei bravissimi vocalist, mentre invece i miei contemporanei erano dei pessimi musicisti…
D: Chi intendi, in particolare?
R: Tipo…Weller, Strummer, Johnny Rotten… io…hahaha…
D: Da quanto dici, non emerge una tua grande simpatia per Paul Weller…
R: Prima in realtà lo detestavo…Lui è quasi un politico vecchio stampo, uno di quei tipi all’antica. Pensa di essere un radicale, ma io ritengo che sia un reazionario (sembra quasi una canzone dei Flaming Lips del 2006, n.d.r.), sai…, è uno che attacca a parlare e… Vedi, per me il problema è che il socialismo e il capitalismo sono due categorie del diciannovesimo secolo, e a noi servono soluzioni da ventesimo secolo, non sempre le solite vecchie cose. I mezzi di produzione non sono più importanti, perché oggi il mezzo di produzione fondamentale è la tecnologia. Quindi…Weller parla sempre di cose che sono antiquate e finite, quando bisognerebbe soffermarsi su cose NUOVE… Ho avuto una lunga conversazione con lui durante la registrazione di Band Aid, e non credo sia un ipocrita: questa è di per sé una cosa molto importante. Perciò ora mi sta simpatico per questa ragione. Inoltre è uno che mantiene la propria parola: se dice che farà una cosa, la farà. E questo è il tipo di cose che su di me lasciano una buona impressione. Ma, tornando ai miei contemporanei… Penso che Elvis Costello abbia una gran voce, ma ora non credo che stia più scrivendo delle belle canzoni. I Clash sono finiti, i Pistols sono stati grandiosi ma sono andati. Bè, DOVEVANO andare, perché erano un po’ delle stelle cadenti, no? E poi ci siamo noi, no? Siamo gli stessi di quando abbiamo iniziato, e abbiamo sempre detto che lo facciamo perché ci divertiamo, senza grandi ideologie alle spalle. Tutto qui: se lo accetti, bene...
D: E’ interessante il modo in cui ti sei buttato sul progetto Band Aid. E’ come se ti fossi svegliato una mattina decidendo di fare qualcosa per l’Africa…
R: No, non è stato una mattina…E’ successo quando l’ho visto alla televisione…C’è stata una cosa particolare che ho visto alla TV che mi ha spinto a fare tutto questo. E’ stata una infermiera di 23 anni, in questo deserto, con 10.000 persone che stavano morendo, e doveva salvarne 300… Perché avevano cibo solo per 300 persone. E nessun essere umano dovrebbe dover prendere una tale decisione, comportandosi come se fosse Dio, no? Ne ha dovuto scegliere 300 a caso, le ha portate dietro ad un muro, e il muro era alto così…Lei gli ha dato del burro e dell’olio, perché era tutto quello che aveva. E loro si vergognavano di poter mangiare del cibo, e si sono messi di spalle ai 9.700 che erano stati condannati a morire…E questi tenevano in alto i loro neonati, sperando che almeno loro potessero essere salvati…E questa infermiera era l’unica donna lì, l’unica donna bianca… E mi ricordo che erano appoggiati contro il muro, esausti, mentre guardavano i 300 che erano stati salvati, e a quel punto ho semplicemente detto: BASTA! Non dovrebbe mai accadere…!
D: Ho sentito dire che gli americani ci sono rimasti male che l’iniziativa benefica per l’Africa sia partita dagli inglesi e non da loro…
R: Sì, haha, sono molto invidiosi…E sono molto gelosi anche del concerto…Abbiamo un sacco di problemi in America con il concerto…Lì ci sarà la seconda parte del Live Aid, da New York…
D: Sarà una specie di 24 ore?
R: No… Durerà credo 16 ore…
D: E sarete mischiati sui due palcoscenici? Voglio dire…ci saranno artisti di “USA For Africa” a Londra e artisti di Band Aid in America?
R: No no, devi completamente dimenticare il Band Aid…Qui la cosa importante sono gli artisti. Per dire: a Londra ci saranno Daryl Hall e John Oates; ci sarà Billy Joel… Ci saranno tutti…anche Tina Turner…Ma in America avremo anche i Simple Minds, Tears For Fears, Eric Clapton, Mick Jagger…
D: Quasi più inglesi che americani, a New York…
R: E’ solo perché la top-ten americana in questo momento è dominata dagli inglesi…Ricordati che noi abbiamo bisogno di soldi. E allora il criterio è: quanti dischi vendi? Se uno ne vende tre e un altro due, scegliamo quello che ne vende tre e lo facciamo esibire al Live Aid. Pragmatismo, capisci? Praticità…Non sono scelte personali. Ok, I guess that’s it, mi chiamano per salire sul palco…
D: Buona fortuna...
R: Grazie, credo proprio di averne bisogno…Anche a te…
Articolo del
13/05/2006 -
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